Benito Mussolini.
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Come nacque il fascismo.
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1983. La Fenice Editrice, FIRENZE - ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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PER LA COSTITUZIONE  DEL NUOVO "FASCIO D'AZIONE RIVOLUZIONARIA".
L'ADUNATA.
DOPO L'ADUNATA.
AGLI AMICI.
LA NOSTRA COSTITUENTE.
ANNO QUINTO AUDACIA!
A RACCOLTA!
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FIUME SARA ITALIANA A QUALUNQUE COSTO.
PRELUDIO.
23 MARZO.
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DISCORSO DI DALMINE.
DOPO L'ADUNATA.
LINEE DEL PROGRAMMA POLITICO.
CONVERGERE GLI SFORZI!
IL PROGRAMMA POLITICO DEI FASCI.
NON SUBIAMO VIOLENZE!
PAROLE CHIARE.3
L'ITALIA NON RINUNCIA A QUEL CHE FU CONSACRATO DAL SANGUE.
DISCORSO DA ASCOLTARE.1
IDEE IN CAMMINO CHE S'INCONTRANO.
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L'ADRIATICO E IL MEDITERRANEO.
PER UN'AZIONE POLITICA.
IL "FASCISMO".0
LO SCIOPERISSIMO.
AURORA!
NOI E LORO.
SI CONTINUA, SIGNORI!
VERSO L'INTESA E L'AZIONE.
SENSO DELLA VITTORIA!
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"NOI SALUTIAMO L'EROE E GLI PROMETTIAMO CHE OBBEDIREMO AD OGNI SUO CENNO".
I DIRITTI DELLA VITTORIA.
VERSO L'AZIONE.
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ELEZIONI E PROGRAMMI.
IN CAMPO DA SOLI.
LA SIGNIFICAZIONE.
GUERRA CIVILE?
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LA GRANDE ADUNATA.
L'AFFERMAZIONE FASCISTA.
NOI E LA CLASSE OPERAIA.
TRA IL VECCHIO E IL NUOVO.
MALAFEDE.
FASCISTI D'ITALIA: "A NOI!"
DOPO L'INTERVISTA.
PAROLE CHIARE ALLE RECLUTE.
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FINE Indice.
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PER LA COSTITUZIONE DEL NUOVO "FASCIO D'AZIONE RIVOLUZIONARIA".
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Non  il caso - esordisce l'oratore - di fare delle discussioni. Noi ci troviamo oggi di fronte a due coalizioni: conservatori e rivoluzionari. Gli uni che hanno tutto da conservare, gli altri che debbono tutto demolire.
Noi non intendiamo di costituire un partito: dobbiamo semplicemente raggiungere un obiettivo. Dopo faremo, se sar possibile, un'altra tappa insieme e ci separeremo.
Ma oggi che cosa significa questo procrastinamento della nostra azione? Che cosa significa questa guerra a primavera? Questa guerra rimandata a quando spunteranno le mammole? Un popolo forte e sano come il nostro e come il nostro leale, non deve aspettare e tergiversare in maniera cos sorniona e macchiavellica!
Noi riprendiamo la vecchia bandiera! Anche prima del '70 c'erano dei neutralisti, ma il popolo pass.
Noi siamo un popolo vecchio di cinquanta secoli di storia e giovane di cinquanta anni di vita nazionale e non dobbiamo essere un paese di conigli.
Ora prepariamoci come dobbiamo. Oltre cinquanta fasci sono gi costituiti in Italia e altri numerosissimi se ne costituiranno dopo la nostra parola di questa sera che  attesa con ansia solenne e febbrile. Ora non attardiamoci sulle forme statutarie della nuova organizzazione. Il compagno Bianchi, che sar eletto a segretario, aduner le nostre file. Noi aduneremo quelle di tutta Italia. Intanto facciamo il lavoro umile e pi necessario. Costituiamo subito il fascio, fra i numerosi qui convenuti questa sera.
E abbiate, amici, la sicurezza - conclude l'oratore, sempre attentamente e deferentemente ascoltato - che noi non abbiamo rinunziato ad alcun migliore principio, che non siamo diventati dei vani guerrafondai, che non abbiamo rinnegata la nostra fede, che non si mutano dall'oggi al domani i propri ideali come l'assassino non diventa d'un tratto il probo e l'onesto.
Il nostro dovere  oggi di armarci tutti contro il nemico comune. (Il breve ma vibrato discorso di Benito Mussolini  accolto da una salva di applausi che si prolungano fra l'entusiasmo pi vivo).
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Da Il Popolo d'Italia, N. 21, 5 dicembre 1914, I.
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L'ADUNATA.
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Uno degli obiettivi che il movimento dei "Fasci d'Azione Rivoluzionaria" si prefiggeva era quello di creare o di contribuire a creare nelle masse proletarie uno "stato d'animo" simpatico nei riguardi della eventualit di un'azione militare dell'Italia contro gli imperi centrali. Tale obiettivo pu dirsi raggiunto e questa constatazione non  un atto di vana superbia. Nelle moltitudini operaie - specie delle grandi citt - si guarda ora alla possibilit della guerra con occhio e con animo diversi: non pi l'ostilit cieca e irragionevole e preconcetta, ma agnosticismo e molto spesso l'adesione esplicita alla tesi che vien chiamata "guerrafondaia" ed  la nostra. Le masse dove non siano convinte, sono per lo meno "turbate". Ripetono -  vero - meccanicamente, la formula d'opposizione alla guerra, ma il dubbio apre a poco a poco la sua breccia nell'animo di queste masse e le defezioni aumentano. Il numero dei "Fasci"  la prova che questo "stato d'animo" esiste ed  qua e l giunto alla consapevolezza politica e pratica dei doveri che l'epoca attuale impone ai sovversivi italiani. La creazione di questo "stato d'animo"  di una importanza capitale in rapporto alla guerra. Un soldato che si batte sapendo il perch, un soldato che ha la coscienza del suo compito in un dato momento della storia - quella coscienza che non mancava per esempio ai magnifici soldati della Grande Rivoluzione -  un soldato che vince e noi dobbiamo vincere a qualunque costo. La Germania si prepara a una vera guerra di sterminio contro di noi. Le atrocit del Belgio si rinnoverebbero centuplicate nei villaggi, nelle borgate, nelle citt di Lombardia e del Veneto, qualora i tedeschi riuscissero a sfondare le nostre linee. Inoltre dobbiamo vincere per fiaccare una buona volta questa egemonia prussiana che infastidiva ed opprimeva il mondo intero. Ci  pacifico, ormai.
Creato lo stato d'animo, l'adunata d'oggi deve precisare gli obiettivi di un "nostro" intervento. Non vogliamo chiuderci in una nuova formula, ma non vogliamo nemmeno aumentare gli equivoci e la confusione delle lingue. Il nostro  intervento di sovversivi, di rivoluzionari, di anticostituzionali e non gi intervento di moderati, di nazionalisti, di imperialisti. Il nostro intervento ha un duplice scopo: nazionale e internazionale. Per una singolare circostanza storica la "nostra" guerra nazionale pu servire alla realizzazione di fini pi vasti d'ordine internazionale ed umano. La "nostra" guerra - dico - e non gi quella che ci possono preparare i ceti governativi d'Italia. Fini nazionali e cio liberazione degli irredenti del Trentino e dell'Istria, il che significa contribuire allo sfacelo dell'impero austro-ungarico oppressore di troppe nazionalit e baluardo della reazione europea. Ma la guerra contro l'Austria-Ungheria per la realizzazione di queste finalit, d'ordine nazionale, significa guerra contro la Germania militarista, significa affrettare la scomparsa del pi grande pericolo per i popoli liberi, significa l'aiuto fattivo e concreto al popolo belga che deve tornare libero e indipendente, significa - forse - la rivoluzione in Germania e per contraccolpo inevitabile la rivoluzione in Russia; significa - insomma - un passo innanzi della causa della libert e della Rivoluzione.
Gli obiettivi del "nostro" intervento sono cos definiti e determinati. Ci sono, certamente, tra gli inscritti ai "Fasci", sfumature d'idee, ma il minimo comune denominatore del pensiero e dell'azione  quello che noi abbiamo ripetutamente prospettato su queste colonne.
Da ultimo, l'adunata odierna deve stabilire i mezzi dell'azione pratica. Credo anch'io che dal punto di vista teorico e dottrinale, la neutralit sia spacciata. E lo dimostra il fatto che non ha pi difensori aperti, se non tra gli interessati per la popolarit, o le cariche, o gli stipendi. E va bene. Ma non possiamo dire di aver causa vinta. Ci troviamo dinnanzi a una duplice coalizione di conservatori: i socialisti alleati - volontari o involontari - dei preti e della Monarchia, intesa la parola nell'accezione pi vasta del suo significato.
Ci troviamo dinnanzi a un "sacro egoismo" che trova - in basso - la sua pretesa giustificazione nel principio della "lotta di classe" che deve restare puro e immacolato anche in mezzo alle pi imponenti catastrofi della Storia, mentre in alto il "sacro egoismo" viene giustificato con la tutela "esclusiva" degli interessi nazionali. Per contrastare all'egoismo del basso possono bastare i semplici mezzi della propaganda con la parola e gli scritti, ma per smuovere il "sacro egoismo delle sfere dirigenti, occorrono mezzi pi persuasivi. "O la guerra o la corona!"  una parola d'ordine che ha un significato se ci si prepara contemporaneamente alla guerra e alla Rivoluzione. Dire che noi faremo la rivoluzione perch l'Italia scenda in campo,  prendere un impegno superiore alle nostre forze; ma non possiamo per affermare tranquillamente che non sar impossibile e nemmeno troppo difficile lo scoppio d'un moto rivoluzionario se la Monarchia "non" far la guerra. La posizione, in fondo,  identica. L'adunata pu discutere e provvedere ad altri mezzi per sospingere il Governo all'intervento.
Per determinare le vaste e travolgenti correnti dell'opinione pubblica, giovano molto le parole, ma pi ancora giova qualche gesto e qualche esempio.... I volontari caduti nelle Argonne hanno avvantaggiato la causa dell'intervento pi di molti articoli e di molti discorsi.
Questo  - per sommi capi - il compito che l'adunata odierna dei Fasci deve assolvere. Il movimento fascista nato fra l'irrisione e l'ostilit del Partito Socialista,  oggi qualche cosa di pi di una semplice promessa.
Questi nuclei di forti e di volitivi sorti qua e l in tutta Italia, costituiscono gi un organismo pieno di vita e capace di vivere. Non hanno e non vogliono avere le regole e le rigidit di un Partito, ma sono e vogliono restare una libera associazione di volontari: pronti a tutto: alle trincee e alle barricate. Io penso che qualche cosa di grande e di nuovo pu nascere da questi manipoli di uomini che rappresentano l'eresia ed hanno il coraggio dell'eresia.
V' in molti di essi l'abitudine all'indagine spregiudicata che ringiovanisce o uccide le dottrine; in altri v' la facolt dell'intuizione che afferra il senso e la portata di una situazione; in tutti v' l'odio per lo statu-quo, il dispregio per il "filisteismo", l'amore del tentativo, la curiosit del rischio.
Oggi  la guerra, sar la rivoluzione domani.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 24, 24 gennaio 1915, II.
 DOPO L'ADUNATA
Il convegno nazionale dei "Fasci" non ha avuto una "buona stampa". Solo un giornale di Bologna, con un articolo forte e quadrato e ammonitore, ha cercato di vedere nel nostro movimento ci che vi  sicuramente di vero e di vitale; ma tutti gli altri - non escluso il Corriere - si sono limitati all'"accidentale", al dettaglio, quando non siano trascesi all'ingiuria grossolana.
La Gazzetta di Venezia, la vecchia suocera brontolona della laguna, ci ha onorati del titolo di "pagliacci"; la Perseveranza - tanto nomini!... - ha trovato - previa una energica strofinatura ai suoi occhiali affumicati - che "lo scopo dei Fasci non  la guerra per l'unit e la grandezza d'Italia, ma la Rivoluzione sociale". L'una e l'altra cosa, se non vi dispiace, monna Perseveranza!
Sull'Italia, clericale, l'on. Filippo Meda lancia, al cielo un "Finalmente" e scrive:
"Finalmente gli intervenzionisti, o interventisti che dir si voglia, hanno scelta la loro piattaforma, chiara, precisa, sincera, e va data lode al prof. Mussolini di aver condotto al congresso di ieri il problema nei suoi termini esatti: "L'adunata - dice l'ordine del giorno da lui fatto approvare - reclama dal Governo l'immediata, pubblica e solenne denunzia del trattato della Triplice".
"Questa  onest e logica politica, e noi approviamo. Approviamo, s'intende, la "posizione della questione"; non lo scioglimento che il prof. Mussolini ne vuol dare".
Meno male! L'on. Meda conviene con noi che per rivendicare una qualsiasi libert d'azione all'Italia, bisogna "pregiudizialmente" rescindere i trattati che ci vincolano all'Austria-Ungheria e alla Germania, denunciare, in una parola, la Triplice Alleanza.
La pregiudiziale che io ho posto al Congresso dei Fasci, , dunque, valida e logica. Soltanto l'on. Meda trova che per rescindere un "contratto" occorre un motivo decente. E dov' il motivo?, si chiede il deputato clericale di Rho? Dov' il motivo?
Ma c', on. Meda, ed  formidabile. La guerra scatenata dall'Austria-Ungheria e dalla Germania, ha profondamente alterate tutte quelle condizioni di fatto che potevano giustificare la Triplice di ieri, ma non giustificano pi quella d'oggi, svuotata com' d'ogni significato.
L'equilibrio internazionale  spezzato, on. Meda, e tutte le preghiere del vostro Papa, ad esempio, non bastano a ristabilirlo. O prima o poi, on. Meda, la Triplice Alleanza  destinata a "saltare". Se il blocco austro-tedesco vince ed inghiotte ed umilia semplicemente la Serbia, e sposta in qualche modo il cosidetto equilibrio balcanico, se - insomma - l'Austria vittoriosa si riapre la strada verso Salonicco, l'Italia - oltre alle minacce immediate e alle possibili non lontane rappresaglie - sar offesa nei suoi fondamentali interessi e dovr - in condizioni infinitamente pi difficili delle attuali - sguainare la spada per tutelarli. Se - viceversa - il blocco austro-tedesco  battuto, la Triplice decade di fatto: l'Italia far la sua guerra per ottenere le terre soggette all'Austria-Ungheria. E allora, poich altre eventualit non sono possibili, se ne deduce che ci pu essere, on. Meda, una Triplice di domani; ma  certo che quella d'oggi  n pi n meno che una semplice "finzione" diplomatica destinata a lacerarsi ad un prossimo urto con la realt.
Denunciare la Triplice Alleanza  un atto di coraggio, ma sopratutto un atto di "lealt". Come si vede, siamo esattamente agli antipodi del vostro pensiero, on. Meda. Infatti, aspettare di denunciare la Triplice nel momento in cui Austria e Germania saranno sull'orlo della rovina, pu non essere simpatico; ma rivendicare - oggi - la libert d'azione e l'autonomia dell'Italia,  cosa che tutti troveranno giusta e normale. La "non" avvenuta denuncia della Triplice pu spiegarsi in un solo modo: che l'Italia ritenga ancora possibile di correre in aiuto - se ne sar il bisogno - degli Imperi Centrali; il che significher per l'Italia - e in caso di vittoria e in caso di sconfitta - aver lavorato alla propria rovina. Anche l'altra ipotesi - quella vagheggiata dai germanofili - cio l'intesa italo-tedesca a spese dell'Austria-Ungheria, importa in ogni caso e di necessit la fine ingloriosa della Triplice Alleanza.
Per quante situazioni vengano prospettate, non ve n' una sola che convalidi e giustifichi ancora il mantenimento della Triplice Alleanza.
Denunciare la Triplice Alleanza non  soltanto un "diritto",  piuttosto un "dovere". In un'epoca dinamica come l'attuale, ogni popolo pu e deve rivendicare la sua piena libert d'azione. Si capisce che la denuncia del Trattato deve essere contemporanea al decreto di mobilitazione. Ad ogni modo il primo passo da farsi - e subito -  quello di denunciare il trattato della Triplice Alleanza. Ecco perch i Fasci hanno votato l'ordine del giorno che ho presentato all'adunata nazionale e non mi sorprende che i clericali puri come l'on. Meda e i moderati autentici come la Gazzetta di Venezia insorgano contro il possibile accoglimento della nostra pregiudiziale. Essi sentono che tale fatto costituirebbe una vigilia di guerra contro gli alleati di ieri.... ma sentono altres che gli eventi ineluttabili di domani "imporranno" quella pregiudiziale osteggiata - et pour cause - da tutti i Meda d'Italia....
Il Congresso dei Fasci ha dunque bene provveduto reclamando - in primis - l'atto formale pubblico di decesso della Triplice. Ma anche sugli altri argomenti la discussione  stata elevata e proficua. Il tema spinoso dell'irredentismo  stato posto e risolto nell'ambito delle idealit socialistiche e libertarie che non escludono la salvaguardia di un positivo interesse nazionale. Tutti i popoli che soffrono di una oppressione esteriore devono esser liberi: questa la dichiarazione di principio: nel caso pratico il nostro  irredentismo anti-austriaco e non anti-francese per Nizza e la Corsica o anti-inglese per l'isola di Malta, in quanto che solo ad Oriente vi sono popolazioni italiane sottoposte al dominio austriaco e che di tale dominio sopportano le atroci sofferenze da lungo volger di anni.... L'irredentismo verso tutti i confini - non sia giustificato da ragioni di giustizia e di libert - quando nazionalismo o nell'imperialismo: non  il nostro! L'ordine del giorno votato nel Congresso dei Fasci precisa esattamente la nostra posizione teorica e politica di fronte al problema delle terre irredente, il che non m'impedisce di aggiungere che non sarebbe stato - secondo il mio avviso - del tutto superfluo precisare e delimitare il nostro irredentismo anche dal punto di vista "territoriale" e ci a scanso di equivoci presenti e di responsabilit future. Ma questa  una "subordinata" che non toglie importanza e valore alla massima di principio.
Terzo comma importante: l'azione dei Fasci. Azione nel duplice senso di pensiero e di opere. Per queste ultime noi siamo pronti e attendiamo l'ora propizia, che non pu n deve essere lontana.... Ma l'on. De Ambris nel suo forte discorso ha tracciato a grandi linee tutto un programma di revisionismo teorico rivoluzionario. Egli ha detto che un Vangelo solo pu bastare a una Chiesa di credenti, non ad una collettivit di liberi pensatori. C' molta parte di verit nella critica "marxista", ma ve n' anche nella ideologia mazziniana. Proudhon ha qualche cosa (o molto) di vivo, come gran parte dell'opera bakuniniana  ancora salda come granito di roccia. Vogliamo noi - spiriti spregiudicati - credere in un solo Vangelo e giurare in un solo Maestro? O non vale la pena - in quelle che sono epoche di liquidazione - di gettare nella grande fucina ardente della Storia i nostri "valori politici e morali", per sceverare in essi l'eterno dal transitorio, ci che passa da ci che non muore?  mai possibile nel campo sconfinato dello spirito la monogamia delle idee? Non  ci un "auto negarsi" alla pi diretta e profonda comprensione della vita e dell'Universo? La vita  varia, complessa, multiforme: ricca di possibilit, fertile di sorprese, prodiga di contraddizioni. Chi  lo stolto che pretende di violentarla nel breve capestro di una formula, nella schematica proposizione di un dogma? Libert, dunque: libert infinita! Sndor Petfi gridava:
La vita mi  cara
L'amore ancor pi,
Ma per la libert
Li do entrambi!

Libert di ripudiare Marx, se Marx  invecchiato e finito; libert di tornare a Mazzini se Mazzini dice alle nostre anime aspettanti la parola che ci esalta in un senso superiore dell'umanit nostra; libert di tornare a Proudhon, a Bakunin, a Fourier, a S. Simon, a Owen, e a Ferrari, e a Pisacane, e a Cattaneo..., agli antichi e ai recenti; ai vivi e ai morti, purch insomma il "verbo" sia capace di fecondare l'azione....
Il De Ambris non poteva - data l'ora e il luogo - che affacciare la possibilit e la necessit di questa demolizione e ricostruzione di dottrine; ma io credo che - passata la tormenta della guerra - questo sar il compito arduo e preliminare della nuova critica socialista.
Ecco il bilancio della prima adunata dei "Fasci". Non mi pento di averla definita "grande". Non eravamo in molti, ma - se ci tenessimo al numero - potremmo dire che non siamo pi in pochi. I "Fasci" contano oltre cinquemila inscritti, e niente vieta di sperare che tale cifra sar raddoppiata e triplicata nel volger di un mese.... Ma l'adunata fu "grande", perch fu "nuova", perch fu compresa della gravit del momento attuale e n'ebbe potrei dire - l'estremo pudore, e l'alto senso di responsabilit.... La buona sementa fu gettata e si vedr: non invano!

                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 28, 28 gennaio 1915, II.
 AGLI AMICI
Poche parole e chiare, agli amici, ai simpatizzanti, ai lettori. E per una volta tanto. L'unica. Chiedo, ma non intendo di andare in giro col cappello. Chiedo oggi, dopo tre mesi. Non l'avrei fatto, non l'ho fatto dopo tre giorni di vita del giornale. Ai quindici di novembre il giornale era una speranza o una promessa. Bisogna credermi sulla parola ed era - da parte mia - troppo pretendere in un paese di ipocriti, di sornioni, di poltroni, di maldicenti. Oggi, le cose sono cambiate. Oggi c' il fatto compiuto. C' un grande giornale che - a giudizio dei competenti e a giudizio unanime del pubblico sovrano -  uno dei migliori d'Italia. Un giornale moderno, libero, spregiudicato: un organismo pieno di sangue, ricco di nervature, sodo di muscoli: un giornale di notizie, di pensiero, di polemica; un giornale di vita, ben fatto, leggibile, variato, interessante. Gli avversari, a denti stretti e colla bile in corpo, devono riconoscerlo.  un organismo gi formato. Sono stati, questi, mesi di lavoro frenetico. Ma tutto  ormai al punto. Abbiamo qualche centinaio di corrispondenti disseminati in tutta Italia, dai grandissimi centri ai pi remoti paesi. Dall'estero siamo informati dai nostri inviati speciali a Parigi e a Londra. Il servizio politico da Roma  - specie per ci che riguarda la politica estera - diligente e coscienzioso, assolutamente indipendente. La migliore, irrefutabile testimonianza  la collezione del giornale. Si spiega, con queste ragioni, che vado prospettando rapidamente, il successo del Popolo, la sua rapida e larga diffusione dovunque, e nei paesi delle vallate nevose del Piemonte e nelle borgate dell'ardente Sicilia o nella dimenticata Sardegna. Sono relativamente contento del mio lavoro. Ma sento che c' la possibilit di fare ancora di pi, molto di pi. Ci sono dei progetti da tradurre nella realt. Dei progetti che fermentano -per ora - nel mio cervello.
Per l'attuazione di tali progetti occorre del denaro. Non posso dir quanto. Occorre del denaro. I milioni non esistono. Esistono solo e sono -ahim - molti, troppi, gli imbecilli e i malvagi che me li hanno regalati sbrigliando le fantasie. Ma la realt  diversa. Io non chiedo milioni. Chiedo l'aiuto degli amici, dei simpatizzanti, dei lettori. Chiedo degli abbonati, chiedo dei sottoscrittori. Non apro, per, la sottoscrizione pubblica, che si risolve sempre in una piccola fiera della vanit.
Ho finito. Le parole sono state poche. Non ripeter questa specie di appello. Chi vuol intendere, intenda: chi vuol dare, dia. Salute!

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Da Il Popolo d'Italia, N. 41, 10 febbraio 1915, II.
 LA NOSTRA COSTITUENTE
Il Popolo d'Italia convoca per i primi di dicembre a Milano la "Costituente" dell'interventismo italiano. Questa qualifica di interventismo , dal punto di vista della semplice cronologia, gi anacronistica e di puro valore retrospettivo. L'intervento c' stato. Abbiamo fatto la guerra anche alla Germania. Abbiamo vinto, stravinto gli Imperi Centrali che non esistono pi.
Tuttavia la parola "interventismo" ha ancora un valore storico, attuale, immanente.
Noi tutti che volemmo l'intervento siamo necessariamente legati al fatto storico che contribuimmo con tutte le nostre forze e tutte le nostre passioni a determinare e siamo quindi legati alla situazione che si  delineata in conseguenza dell'intervento. Se nostra, in un certo senso, fu la guerra, nostro dev'essere il dopoguerra, poich tra l'uno e l'altro evento non esiste soluzione di continuit. Il dopo-guerra deve trovarci in linea, all'avanguardia, noi che volemmo la guerra e la volemmo per ragioni che hanno avuto la pi alta, la pi pura, la pi decisiva delle consacrazioni.
Noi dobbiamo affrontare i problemi del dopo-guerra. Noi dobbiamo presentare le "nostre" soluzioni per i problemi del dopoguerra. Senza indugio, poich l'ora non ne consente. I problemi del dopo-guerra si possono raggruppare in due grandi categorie: quelli d'ordine politico, quelli d'ordine economico. I primi riguardano la totalit degli italiani, i secondi le classi produttrici. Bisogna fissare i nostri postulati chiari e verso la loro realizzazione convogliare la coscienza nazionale.
L'epoca dei programmi avveniristici  finita. Quella metafisica valeva per altri tempi, quando per aprire le menti oscurate bisognava dischiudere colla fantasia i paradisiaci cieli del futuro. Oggi, non pi. Oggi, gli uomini vogliono "realizzare". Anelano a "realizzare". Hanno la fretta di "vedere" qualche cosa. 
Guai a coloro che non avvertono questi "stati d'animo" delle masse.
Un anno fa, comparvero su questo giornale i "postulati" per la resistenza.
I lettori ricordano. Dopo un anno, conclusa trionfalmente la guerra, fisseremo i postulati del nostro dopo-guerra. Non importa se alcuni punti saranno comuni ad altri Partiti che non vollero o sabotarono la guerra.
Questi signori muovono da un terreno diverso dal nostro. La loro posizione  falsa e difficile. Tutto ci che  avvenuto,  avvenuto contro di loro. Tutto ci che sar, sar la loro condanna. Non bisogna mai dimenticare che se la tesi dei socialisti ufficiali avesse trionfato, oggi il Kaiser invece di riparare, fuggiasco, in Olanda, sarebbe a Berlino, imperatore di un nuovo Sacro Impero germanico, dilatato a tutta l'Europa. Non si sarebbe levato nessun vento impetuoso di rinnovazione dalle trincee, se il chiodo prussiano fosse diventato l'arbitro del nuovo Impero. Non ci sarebbe stata questa sorprendente primavera di popoli, se la Germania non fosse stata battuta. Se i socialisti ufficiali italiani fossero riusciti ad impedire l'intervento dell'Italia, la storia avrebbe avuto un corso antitetico a quello che ha avuto e il proletariato italiano non si troverebbe oggi in grado di richiedere l'attuazione di alcuni dei suoi postulati fondamentali. Ma bisogna che gli interventisti si decidano. Essi non possono e non devono, in odio ai socialisti ufficiali, respingere il lavoro che  rimasto nel paese e soprattutto quello che torner dalle trincee. Che l'atteggiamento dei socialisti ufficiali italiani sia stato e sia ancora miserabile,  verissimo; ma i milioni e milioni di lavoratori che hanno risposto alla fronte o nelle officine all'appello della Patria non possono e non debbono essere confusi coi sedicimila borghesi, semiborghesi inscritti nel pus. Le masse operaie hanno fatto il loro dovere. Hanno, oggi, dei diritti. Gli interventisti, specialmente quelli venuti dalle scuole sovversive, non possono misconoscerli. Il proletariato , nel suo complesso, diventato nazionale, ma per farlo rimanere in questo quadro,  necessario migliorare il pi sollecitamente possibile le sue condizioni di vita.
Il Governo ha un programma? Pu darsi. Esiste una commissionissima, ma di organico c' poco. I socialisti ufficiali hanno il loro programma. Noi dobbiamo avere il nostro. Per ci che concerne le masse lavoratrici io credo che i postulati da agitare immediatamente possano essere i seguenti:
nove ore di lavoro dal 1 gennaio 1919;
otto ore dal 1 gennaio 1920;
minimi di salario;
interessamento morale e materiale delle maestranze nelle imprese;
partecipazione delle organizzazioni del lavoro alla conferenza della pace, per la trattazione dei problemi internazionali del lavoro.
Mancano venti giorni alla convocazione della nostra Costituente. Apro la discussione. Non chiacchiere, ma fatti. Non divagazioni, ma soluzioni.
Bisogna che il dopo-guerra non sciupi la guerra, ma renda ancora pi glorioso - moralmente e materialmente - l'avvenire della Patria.
                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N 316, 14 novembre 1918, V.
 ANNO QUINTO
AUDACIA!
Quattro anni fa, in questo giorno, usciva il primo numero del Popolo d'Italia. Preceduto da violente polemiche e da clamorosi episodi che avevano scaldato l'atmosfera, allora un po' grigia, della politica nazionale, il nuovo giornale era atteso, con ansia che non fu delusa, dalle aristocrazie del popolo italiano. Sono passati, giorno per giorno, quattro anni. Mentre scrivo queste linee, guardo i volumi della collezione e un sentimento composto di orgoglio e di melanconia mi turba l'animo. Quella colonna di volumi  la storia dei giornale.  un po', anche, la mia storia. C' in essi, documentato, un periodo della mia vita. Ma c', soprattutto, una parte della storia nazionale e mondiale.
Il Popolo nacque con un gesto d'audacia. Dopo quattro anni io guardo bene negli occhi questa mia creatura. Non si  corrotta. Non ha degenerato. Non ha messo attorno a s l'adipe che precede le dissoluzioni.  cresciuta.  pi alta. Ma non ha perduto niente della sua elasticit felina. Ecco: io ascolto il cuore. Batte con un ritmo forte e regolare. In questo corpo, niente c' ancora di flaccido e di cascante. Tutto  romanamente virile. Abbiamo ancora degli odi tenacissimi e degli amori profondi. Abbiamo ancora un arsenale di armi pronto per le battaglie di domani. Abbiamo ancora dei nemici che attendiamo, con implacabilit, al varco. Li andremo - anzi - a cercare. Abbiamo ancora degli amici e non li abbiamo cercati. Io annuncio agli amici che nel quinto anno di vita, il Popolo d'Italia non  ancora diventato una ditta, un'impresa, un'amministrazione, ma  semplicemente l'arma e lo strumento delle nostre idee. Il Popolo d'Italia continuer a vivere, cos, in assoluta libert, di fronte a tutti e contro tutti. Noi sappiamo navigare anche contro corrente. Lasciamo il belare dogmatico alla vile pecoraia dei tesserati. E scriviamo qui, a chiare lettere, la parola del nostro battesimo: Audacia!
A questa parola abbiamo tenuto fede. Quattro anni di vita, quattro anni di battaglie. Battaglie di idee e di persone. Lo stesso impeto, nelle une e nelle altre. Ne abbiamo schiantate di carogne. Ne abbiamo messe in circolazione di idee. Ne abbiamo movimentati di cervelli. Ne abbiamo eccitati dei cuori! Oh, certo: qualche volta siamo stati eccessivi, fors'anche ingiusti; ma io non mi rimprovero l'eccesso e nemmeno l'ingiustizia. La violenza  immorale quando  fredda e calcolata, non gi quando  istintiva e impulsiva. Chi pu misurare i colpi nel furore della mischia?
Oh i primi tempi furono duri. Fu necessario di sgominare dapprima gli sporchi moralisti di quella cosa enormemente stupida, impotente e immorale che si chiama socialismo ufficiale italiano. La gente appariva incerta. Predicare la guerra! Suscitare delle energie per la guerra! Nascere e vivere per questo! Ma in poco tempo le nostre penne, che menavano di punta e di taglio, ruppero il ghiaccio dell'indifferenza. Attorno a questa bandiera diventavano sempre pi folte le masse. Dopo pochi mesi, era la moltitudine che rombava tutte le sere, in questa bellissima strada dedicata a Paolo da Cannobio e nelle piazze di tutte le citt d'Italia. Il Popolo in quei giorni ebbe un pubblico immenso, dal Piemonte alla Sicilia. Giornate indimenticabilmente "radiose". Gli avversari, a guerra scoppiata, pensarono che saremmo morti. Invano. A guerra finita, splendidamente finita, gli avversari ci ricantano la loro nenia funebre. Illusi. Il Popolo vive. Non solo. Si appresta a vivere ancora di pi. Il giornale della guerra diventa il giornale della pace. Dopo avere agitato i problemi della guerra, il Popolo si accinge ad agitare e imporre i problemi della pace. Questo giornale  il pi vitale d'Italia. Non gi perch - ehi tu, l, che strizzi l'occhio della malignazione imbecille, ascolta - non gi perch disponga di fondi a milioni. No. Perch non  un giornale come tutti gli altri. Gli altri, su per gi, sono dei giornali, sono - cio - dei sacchi di notizie, che vengono scodellate quotidianamente al pubblico. Quei giornali non fanno polemiche di idee e meno ancora polemiche di persone. O quando le fanno, sono di una insipidit grottesca. Poi, dietro al foglio non ci vedete nessuno. C' un impersonalismo che pu sembrare, ma non  simpatico. Qui, dietro al Popolo, trovate gli uomini, in carne ed ossa, i quali battagliano senza maschere impersonali, e fanno vibrare nel foglio di carta tutto ci ch' il travaglio della loro vita, s che il foglio stesso appare come una vela gonfiata da un vento impetuoso.  Gli altri giornali servono il pubblico; noi non serviamo che le nostre idee. Gli altri giornali cercano il pubblico, noi invece non lo cerchiamo e quando  necessario lo prendiamo a pugni e se si addormenta nella verit rivelata gli suoniamo la sveglia dell'eresia con trombe di fanfare.
Abbiamo la superbia di dire che tutte le mattine noi non mettiamo in circolazione un foglio di carta, ma un frammento di noi stessi, una testimonianza della nostra passione, una vibrazione, un grido delle nostre anime.
All'alba del quinto anno di vita, noi sentiamo che la nostra creatura ha ancora tutte le mattutine impazienze della giovinezza. Quello che fu fatto  molto, ma la fatica di domani sar ancora pi grande.
Avanti. Con audacia! E con disinteresse! Per le migliori fortune della Patria, per il progresso indefinito dell'Umanit.
Al Popolo d'Italia i giornalisti non si sono "professionalizzati".
                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 317, 13 novembre 1918, V.

 A RACCOLTA!
Poche delle nostre iniziative hanno, come quella per la "Costituente" dell'interventismo italiano, suscitato tanto fervore di adesioni. Par di rivivere nell'atmosfera di quattro anni fa, quando sorsero in Milano i Fasci d'azione rivoluzionaria, la cui azione nel determinare l'intervento e nello sbaragliare le opposte correnti neutraliste, fu, possiamo dirlo, decisiva. Ebbene, quelli che noi vogliamo creare e creeremo sono i Fasci per la Costituente. 
Questi Fasci devono sorgere immediatamente. L'iniziativa della loro costituzione nelle citt e dovunque, pu essere presa dai nostri amici, abbonati e lettori. Essi sanno ormai che cosa vogliamo. Essi possono dire a chi non lo sapesse ancora che cosa vogliamo. Basta leggere gli articoli che abbiamo pubblicato e quelli che pubblicheremo. I problemi fondamentali della vita nazionale sono stati prospettati, forse, un po' tumultuariamente - data l'urgenza dell'ora e la gravit delle questioni -, ma, per l'epoca fissata, l'edificio che oggi appare abbozzato nelle sue linee maestre, sar - noi lo speriamo e vogliamo - completo anche nei particolari. Noi vogliamo:
1. Radunare a "Costituente" tutti quelli che vollero l'intervento e che sono impegnati, ora che la guerra  stata trionfalmente vinta, a non permettere che la pace sia sabotata.
2. Creare i "Fasci della Costituente", i quali Fasci manderanno i loro delegati alla Costituente dell'interventismo italiano che sar convocata entro il gennaio a Milano. Il ritardo  dovuto alla necessit di preparare bene l'adunata, in modo che non sia una riunione come le altre, ma qualche cosa di pi e di meglio.
3. Alla Costituente dell'interventismo italiano saranno consacrate le soluzioni dei problemi fondamentali della nostra nazione.
4. Dalla Costituente dell'interventismo italiano uscir l'anti-partito, cio una organizzazione "fascista" che non avr nulla di comune coi "credi", coi "dogmi", colla "mentalit" e soprattutto colle "pregiudiziali" dei vecchi Partiti, in quanto permetter la coesistenza e la comunit di azione di tutti coloro - quali si siano i loro credi politici, religiosi, economici - che accettano una data soluzione di dati problemi.
5. La Costituente dell'interventismo italiano  il preludio alla Costituente del popolo italiano e i Fasci per la Costituente devono costituire lo scheletro, l'armatura attorno a cui raccogliere i ritornanti e le loro energie potentemente rinnovatrici. I vecchi Partiti sono reliquie cadaveriche e non sar difficile sommergerli del tutto.
Riassumendo: 
Noi poniamo dei problemi;
Noi presentiamo le soluzioni di questi problemi;
Noi costituiamo gli organi di agitazione o di imposizione di questi problemi;
Noi - se sar necessario - convertiremo nei modi e nelle forme dettate dalla nostra volont e dagli eventi gli organi di agitazione in organi di attuazione delle soluzioni di quei dati problemi.
Per l'agitazione e per l'attuazione di tutto ci che sar necessario onde rinnovare dal profondo tutta la vita italiana noi contiamo soprattutto sui trinceristi. Contiamo sulla loro volont temprata al sacrificio. Sulla loro disciplina morale. Sulla loro magnifica giovinezza acerba e matura. 
Viva i "Fasci della Costituente" e al lavoro senza indugio!
                                                                                                             MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 324, 23 novembre 1918, V.
 [FIUME SARA ITALIANA A QUALUNQUE COSTO]
Fiumani!
Io comprendo e vivo della vostra passione profonda d'italianit. Da quattro anni, dal novembre del 1914, quando lanciai al pubblico il mio giornale, ho sempre sostenuto i vostri e i diritti d'Italia. Non ho mai dimenticato le citt allora irredente, Trento, Trieste e Fiume. Dal 1914 in poi ho sempre scritto e dimostrato che non si poteva considerare completa l'unit dell'Italia se Fiume non fosse ricongiunta alla madrepatria, se la Dalmazia, che  sempre stata italianissima, non fosse tornata sotto il tricolore d'Italia. (Applausi). Ora, dopo la grande fulgida vittoria italiana,  venuto il tempo di rivendicare i diritti d'Italia. ("Bravo! Bene!").
La nostra vittoria  incontestabile e conseguita puramente con le armi, al prezzo del sangue italiano. Se io vi dico questo, non ve lo dico soltanto come giornalista, poich anch'io sono stato per 17 mesi soldato; ed in quel tempo ho avuto campo di misurare, di conoscere lo spirito del soldato italiano. Quando penso al grande numero di morti e di feriti italiani, sento che nessuno - amico, nemico o neutrale - pu tentare di svalutare la vittoria italiana. Noi abbiamo vinto militarmente, sino all'ultimo momento della grande lotta. Nell'ultimo giorno al Piave caddero ben mille ufficiali; immaginate ora quanti soldati saranno morti! Abbiamo vinto e perci impediremo a chiunque di menomare la nostra vittoria. Abbiamo vinto, perci abbiamo diritto di utilizzare la vittoria, di agire da vincitori e di fissare i nostri nuovi confini. Nessuno pu pensare che la nostra vittoria possa essere frodata, mutilata!
Quando traversai la zona veneta devastata dalla guerra, mi son detto: L'Italia non deve mai pi sopportare un'invasione, non deve permettere mai pi una minaccia alle sue porte. Il tricolore italiano deve sventolare sul Brennero anche se con ci si dovr comprendere entro i nostri confini un certo numero di tedeschi; n d'altra parte croati e sloveni si troveranno fra noi a disagio, poich noi italiani siamo liberali. Per questo io dico: invasioni mai pi! (Applausi). Per tutte le nazioni la delimitazione di confini  una difficolt e forse sola in tutta Europa l'Italia  nettamente, chiaramente determinata: il mare e le Alpi. E noi non possiamo fare dei sacrifici. Li faremo quando anche gli altri si mostreranno disposti a farli. ("Benissimo!"). Se la Francia vuole le due rive del Reno allo scopo di garantirsi per sempre contro i tedeschi, se l'Inghilterra si tiene ancora Malta per le sue ragioni strategiche, queste ragioni devono valere anche per noi, perch anche noi abbiamo combattuto col sacrificio del nostro miglior sangue. ("Benissimo!").
 Si dice che verr Wilson a sistemare le questioni di questa vecchia Europa! E va bene. Io m'inchino dinanzi a questo duce dei popoli, riconosco che l'intervento americano ha agevolata la fine della guerra. Noi siamo disposti ad accettare i suoi punti; ma egli, Wilson, per conoscere a fondo le nostre questioni, dovr vivere tra noi, nei nostri paesi; dovr farsi un giudizio chiaro del nostro modo di vivere, delle nostre sacre idealit. Il grande Presidente di 110 milioni di sudditi dovr convincersi che "una citt" per noi  parte della nostra carne. Perci, prima di esprimersi, dovr anzitutto orientarsi e constatare dove stanno la giustizia, il diritto e dove sta la barbarie. Fiume non fu croata mai! (Fragorosissimi applausi). Fiume non fu mai ungherese e solo politicamente non era italiana. Ma Fiume dice in forma plebiscitaria: voglio essere italiana. E Wilson in omaggio ai suoi princip dovr dire: Fiume deve essere italiana. Riguardo a Fiume non vi sono altre soluzioni: deve essere italiana! (Applausi altissimi).
A Parigi la diplomazia ora deve lavorare; ma son passati i tempi dei compromessi. L'autonomia di Fiume  un non senso, come un non senso  la questione della repubblichetta di Fiume. (Risa generali. Alcune voci: "Croati camuffati da socialisti vogliono la repubblica!"). Ne abbiamo una,  vero, quella di San Marino, ma se  comprensibile questa, attorniata da italiani, ben diversa  la citt di Fiume che a poche decine di passi ha addosso tutto il mondo slavo. Quel mondo che durante la guerra predicava la libert dei popoli e che il giorno in cui con violenza si impossess di Fiume telegraf al mondo: Fiume  ritornata alla madrepatria! (Fischi e grida: "Vigliacchi!").
Fiumani!
Il destino di Fiume  garantito soltanto con l'annessione all'Italia. ("Bene! bravo!" applausi). L'Italia pu rivendicare Fiume per storia, per lingua, per tradizione e per volont. Vi posso assicurare che in Italia vi  una formidabile azione in favore di Fiume. Se questa famosa Jugoslavia, che non so se nascer e quando, avr bisogno di affacciarsi al mare, noi potremo intenderci. ("Bravo! Bene!"). L'Italia  liberale e portatrice di civilt. Quando l'Italia romana dava per la terza volta la civilt al mondo, quella gente era al crepuscolo della civilt. Essa viveva ancora nelle caverne quando l'Italia aveva gi Dante Alighieri!
L'oratore accenna poi alle lotte per l'unit d'Italia, ai suoi martiri condannati alle galere, ai patiboli austriaci. Dice del Martire, la cui memoria si esalta oggi, cio di Guglielmo Oberdan.
Tornato da Roma a Trieste, l'anima fremente di sante idealit patrie,  arrestato e gettato in carcere. Bastava che chiedesse la grazia perch gli fosse risparmiata la vita; ma Guglielmo Oberdan non obbed all'istinto di conservazione: "No! - disse - io debbo andare al patibolo, debbo porgere il collo al laccio del boia, perch fra l'Italia e l'Austria vi sia il mio cadavere". E in quell'anno, il 1882, la vecchia forca austriaca non si sment. Ma Oberdan sopravvisse alla forca come un simbolo. Nella tenebra di quegli anni ingloriosi il suo nome sfolgor di luce e tenne accesa la speranza come una fiaccola. Il lungo silenzio che segu al suo supplizio non era che l'ansiosa attesa dell'apoteosi che doveva venire. Ogni grande  precursore di tutte le grandezze; e alle terre e alle genti adriatiche bisognava arrivare non solo per i vivi che attendevano ma per quel Morto che doveva essere vendicato dalla vittoria delle armi italiane. Ora Oberdan sorride alla sua Trieste con la stessa serenit con la quale seppe cogliere l'attimo storico e morire per il sublime sogno di redenzione della sua citt.
Mussolini ricorda anche i gloriosi martiri della grande guerra: il Rismondo della romana Spalato, il Sauro di Capodistria, il Battisti di Trento. Ricorda i volontari delle terre redente fuggiti dalle proprie citt per correre ad arruolarsi nell'esercito e per morire sul Carso.
Ed ora, signori diplomatici, voi volete mercanteggiare questo sangue? Fiumani, io vi dico: Fiume sar italiana a qualunque costo! (La sala  un rombo e un clamore). Fiumani, io vi chiedo quello che credo superfluo chiedervi: attendere con calma che maturino gli eventi. Se anche dovreste attendere qualche settimana o qualche mese, siate sicuri che l'Italia sar quale noi la vogliamo. Ora non  questione che voi volete l'Italia,  l'Italia che vi vuole! (Applausi vivissimi).
L'oratore accenna quindi al patto di Londra, nel quale Fiume venne sacrificata. Dice che ci avvenne per pressione della Russia, il famoso rullo compressore che fin poi per schiacciare se stesso. Oggi per la situazione  cambiata: n la Russia n l'Austria-Ungheria esistono pi e perci la sorte di Fiume deve essere risolta in senso italiano.
Parla quindi della guerra, dell'ora tragica di Caporetto, della perfetta solidariet con gli Alleati purch questi la ricambino sempre. Poi dice:
Fiumani!
Voi potete contare su di me sempre. Io agiter per voi fino a quando un comunicato della Stefani annuncer che la questione di Fiume  risolta. Fiume  e sar italiana e sino allora mantenete viva la fiamma della vostra mirabile fede, e siate certi che all'altra sponda vi sono migliaia e migliaia di fratelli disposti a tutto osare per voi.
Tratta infine della questione dell'Adriatico che deve essere libero per tutte le bandiere, ma militarmente italiano, e ci per assicurare il nostro posto nel Mediterraneo, il mare di Roma, il mare dell'espansione di tutta Italia. Abbiamo diritto all'espansione poich l'italiano  un popolo prolifico e laborioso. Per questo l'oratore dichiara di avere una fede incrollabile nell'avvenire del popolo italiano che torner fatalmente alla grandezza e alla potenza d'un tempo.
Il Mediterraneo torner nostro, come Roma torner ad essere il faro della civilt del mondo. (La fine del discorso suscita altissimo entusiasmo. Il pubblico si dirige alle uscite e attende Mussolini che viene accompagnato da una folla imponente lungo il corso Vittorio Emanuele II e il viale XVII novembre sino all'albergo "Wilson". Durante il percorso la folla acclama a Mussolini e canta l'inno a Oberdan).

Riassunto del discorso pronunciato a Fiume, al teatro Verdi, la sera del 20 dicembre 1918.
 PRELUDIO
Il programma di questa rivista  nel titolo.  una rivista di coraggio, di volont e di fede. Nasce accanto al quotidiano che un po' tumultuosamente vede e riflette la vita nel suo fantastico caleidoscopio di cose, di uomini e di avvenimenti; nasce per rivedere. Cio per vedere meglio, per vedere in estensione e in profondit. Intendiamoci: per rivedere, non attraverso gli occhiali gelidi del pedante e dell'accademico, ma cogli occhi fermi e puri che indagano, abbracciano e comprendono: gli occhi della giovinezza. Tutti quelli che cominciano, hanno oramai l'abitudine di lanciare questo grido: giovinezza. Ma per molti si tratta di uno sforzo vano o di una meschina illusione.
Ora, la giovinezza  soprattutto intuitiva: non  gi come pensano i cattedratici, erudizione libresca. L'intuizione e la fantasia: ecco le ali dell'ingegno.
Ci sono nella realt aspetti minuti e complessi che il grosso volgo non afferra che tardi. Ci sono nella vita dei cominciamenti che l'intelligenza dei mediocri trascura. Ci sono delle verit che bisogna proclamare, dei fermenti che bisogna esaltare, degli uomini che bisogna difendere, delle strade che bisogna battere senza preoccuparsi del "seguito". Per questo lavoro di artieri alacri e gioiosi, non c' bisogno di posare a super-uomini con relativa torre d'avorio.  oramai un vecchio gioco. Che l'umanit sia buona o cattiva poco importa; che sia composta di angeli o di demoni, di santi o di canaglie, importa ancora meno. L'essenziale  di vivere dentro questa umanit, di coglierla dovunque e comunque si manifesti: nelle strade, nelle piazze, sui monti, sui mari, nelle citt, nei villaggi dispersi, negli individui e nelle masse, nella fatica dei muscoli, nel brivido divino degli intelletti, nella passione esaltante di tutti gli amori. Ardita vuole questo.  nata per questo. Oser: e per ci sar necessariamente delicata, inevitabilmente crudele come chi si accinge a segnare una direzione, a fissare una mta alle inquietudini dello spirito moderno, oscillante tra le nostalgie dei mondi che crollano e le audacie dei mondi che sorpassa.
Ecco: io prendo queste pagine e le scaglio al pubblico perch le legga, le discuta, le stracci. Ardita va all'attacco e guarda in alto, e sceglie a guida, pel viaggio,
La stella pi lontana
La stella pi vicina.
Quella che sorge alla cera
E non tramonta alla mattina....
                                                                                                            MUSSOLINI

Da Ardita, N. 1, 15 mazzo 1919, I.
 23 MARZO
Mi ripromettevo, in questa settimana che precede la nostra adunata, di sviluppare con una serie di articoli le linee di quello che pu essere il nostro programma di domani.
Rinuncio a questa esposizione, perch trattandosi della settimana risolutiva dei fondamentali problemi della pace, la politica estera assorbe tempo, spazio e attenzione, e poi perch l'ampia discussione dei mesi scorsi ha gi "ambientato" i lettori del Popolo. Il resto verr esposto, a voce, domenica da me e da altri. Oggi, mi limito a queste considerazioni.
Chi segue la vita politica nazionale, la scorge tutta pervasa dai fermenti dell'insofferenza verso l'insieme delle istituzioni e degli uomini che rappresentano il passato anacronistico e da una volont profonda di rinnovazione. Accanto ai Partiti tradizionali, ne sono sorti in questi ultimi tempi due nuovi: il Partito Popolare Italiano e il Partito Liberale Riformatore. Al di sopra di questi Partiti stanno altre forze che domani potrebbero giocare una carta decisiva: le associazioni dei combattenti che spuntano in ogni citt e in ogni villaggio d'Italia, e che molto probabilmente si raccoglieranno domani in un solo potente organismo, che avr un'unit di mezzi e di scopi. Pu darsi che il "trincerismo" annulli a un dato momento tutto il resto. Se si esaminano i programmi dei diversi Partiti e vecchi e nuovi, si vede ch'essi si rassomigliano. In certi postulati si identificano. Ci che differenzia i Partiti, non  il programma;  il punto di partenza e il punto di arrivo.
Ora noi che non siamo dei vigliacchi maddaleni pentiti per via dell'offa che pu essere rappresentata da un miserabile collegio elettorale, noi partiamo dal terreno della nazione, della guerra, della vittoria. Partiamo insomma dall'interventismo.
Questo ci divide irreparabilmente, non solo dal socialismo ufficiale, ma anche da tutti quei gruppetti e uomini che, forse vanamente, cercano per vie dirette o traverse e per motivi pi o meno confessabili, di riaccostarsi al partitone, sommo dispensiere di grazie schedaiole. Tenendoci fermi sul terreno dell'interventismo - n potrebbe essere altrimenti, essendo stato l'interventismo il fatto dominante nella storia della Nazione - noi rivendichiamo il diritto e proclamiamo il dovere di trasformare, se sar inevitabile anche con metodi rivoluzionari, la vita italiana. Chi vorrebbe dipingerci come conservatori o reazionari, semplicemente perch non abbiamo pi in tasca le tessere delle varie chiese, o perch non ci rassegniamo a gettare nell'Adriatico i centomila italiani della Dalmazia,  un poderoso imbecille.
Noi interventisti, siamo i soli che in Italia hanno diritto di parlare di rivoluzione. Forse per questo ne parliamo assai poco. Noi non abbiamo bisogno di attendere la rivoluzione, come fa il gregge tesserato, n la parola ci sgomenta come succede al mediocre pauroso che  rimasto col cervello al 1914. Noi abbiamo gi fatto la rivoluzione. Nel maggio del 1915.
Noi prendiamo le mosse da quel maggio che fu squisitamente e divinamente rivoluzionario perch rovesci una situazione di vergogna all'interno e decise - vedi intervista Ludendorff - le sorti della guerra mondiale. 
Quello fu il primo episodio della rivoluzione. Fu l'inizio. La rivoluzione  continuata sotto il nome di guerra, per quaranta mesi. Non  finita. Pu avere e non pu avere il decorso drammatico che impressiona. Pu avere un ritmo pi o meno affrettato. Ma continua. Senza la rivoluzione che facemmo nel maggio del 1915, a quest'ora il Kaiser avrebbe piantato un principe prussiano a Parigi, e l'Europa, diventata una colonia e una caserma teutonica, avrebbe vissuto lunghi anni di schiavit.
Le terribili conseguenze di una vittoria degli Hohenzollern dal punto di vista della democrazia e della libert sono state gi illustrate troppe volte, anche dai tedeschi, perch sia il caso di insistere. Avere impedito il trionfo delle forze di reazione  stato eminentemente rivoluzionario.
Tutti coloro, e in prima fila i socialisti italiani, i quali per poco o per molto hanno, direttamente o indirettamente, lavorato per realizzare la vittoria tedesca, sono dei contro-rivoluzionari, dei reazionari, dei carnefici della libert. Se i socialisti che per quattro anni sono stati dei reazionari - in quanto facilitarono la guerra degli Imperi Centrali - possono oggi ciarlare di rivoluzione, lo devono a noi e soltanto a noi che siamo stati dei rivoluzionari dal maggio 1915 in poi. Dati questi precedenti, quali possono essere i cardini della nostra azione di domani?
Noi vogliamo l'elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (non soltanto di quelli che si chiamano proletari....) e la grandezza del nostro popolo nel mondo.
Quanto ai mezzi, noi non abbiamo pregiudiziali: accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali e i cosiddetti illegali. Si apre nella storia un periodo che potrebbe definirsi della "politica" delle masse o dell'ipertrofia democratica. Non possiamo metterci di traverso a questo moto. Dobbiamo indirizzarlo verso la democrazia politica e verso la democrazia economica. La prima pu ricondurre le masse verso lo Stato, la seconda pu conciliare, sul terreno comune del maximum di produzione, capitale e lavoro.
Da tutto questo travaglio usciranno nuovi valori e nuove gerarchie.
Questo, in sintesi, il nostro orientamento politico e spirituale. Questo il terreno di discussione e d'intesa dell'"adunata" imminente.

                                                                                                              MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 77, 18 marzo 1919, VI.
 [DISCORSO DI DALMINE]
Salito Mussolini sul palco,  accolto da un lungo e nutrito applauso. Mussolini si scopre, saluta e parla. Raccogliamo le linee principali del suo discorso.
Dopo quattro anni di guerra terribile e vittoriosa, nella quale sono state impegnate le nostre carni ed il nostro spirito, mi sono spesso domandato se le masse sarebbero ritornate a camminare sui vecchi binari o se avrebbero avuto il coraggio di cambiare strada. Dalmine ha risposto. L'ordine del giorno votato da voi luned  un documento di valore storico enorme che orienta, che deve orientare il lavoro italiano.
Il significato intrinseco del vostro gesto  chiaro,  limpido,  documentato nell'ordine del giorno. Voi vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo, che non interrompe la produzione. Non potevate negare la nazione, dopo che per essa anche voi avete lottato, dopo che per essa 500 mila uomini nostri sono morti. La nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega, poich essa  una gloriosa, una vittoriosa realt. Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia rettorica del socialismo letterario; voi siete i produttori, ed  in questa vostra rivendicata qualit che voi rivendicate il diritto di trattare da pari cogli industriali. Voi insegnate a certi industriali, a quelli specialmente che ignorano tutto ci che in questi ultimi quattro anni  avvenuto nel mondo, che la figura del vecchio industriale esoso e vampiro deve sostituirsi con quella del capitano della sua industria da cui pu chiedere il necessario per s, non gi per imporre la miseria per gli altri creatori della ricchezza.
Voi non avete potuto provare per la brevit del tempo e le condizioni di fatto createvi dagli industriali la capacit a fare, ma avete provato la vostra volont, ed io vi dico che siete sulla buona strada perch vi siete liberati dai vostri protettori, vi siete scelti nel vostro seno gli uomini che vi dirigono e che vi rappresentano e ad essi soli avete affidato il vostro diritto.
Il divenire del proletariato  problema di volont e di capacit, non di sola volont, non di sola capacit, ma di capacit e di volont insieme. Vi siete sottratti al gioco delle influenze politiche. (Applausi). I vostri applausi me lo dimostrano. Ma io non appartengo alla genia di quei Maddaleni che ho frustato a sangue. Sono fiero di essere stato interventista. Se fosse necessario, vorrei incidere a caratteri di scatola sulla mia fronte la testimonianza per tutti i vigliacchi, che io sono stato tra quelli che nel maggio splendido del 1915 hanno chiesto a gran voce che la vergogna dell'Italia parecchista cessasse. (Acclamazioni).
Oggi che la guerra  cessata, io che sono stato in trincea, tra il popolo d'Italia, ed ho avuto per lunghi mesi e quotidianamente la rivelazione in tutti i sensi del valore dei figli d'Italia, oggi io dico che bisogna andare incontro al lavoro che torna e a quello che, non imboscato, ha nutrito le officine, non col gesto della tirchieria che non riconosce e umilia, ma collo spirito aperto alle necessit dei tempi nuovi. Coloro che si ostinano a negare le "novit" necessarie o sono degli illusi o sono degli stolti che non vedranno la sera della loro giornata.
Non ho mai chiesto, ed oggi meno che mai, nulla chiedo n a voi n a nessuno. E perci non ho ansie o preoccupazioni circa l'effetto che faranno queste mie dichiarazioni su di voi. Io vi dico che il vostro gesto  stato nuovo e degno, per i motivi che l'inspirano, di simpatia. Ancora un rilievo: sul pennone dello stabilimento voi avete issato la vostra bandiera che  tricolore ed attorno ad essa ed al suo garrito avete combattuto la vostra battaglia. Bene avete fatto. La bandiera nazionale non  uno straccio anche se per avventura fosse stata trascinata nel fango dalla borghesia o dai suoi rappresentanti politici: essa  il simbolo del sacrificio di migliaia e migliaia di uomini. Per essa, dal 1821 al 1918, schiere infinite di uomini hanno sofferto privazioni, prigionia e patiboli. Attorno ad essa, quando era il segnale di raccolta,  stato versato nel corso di questi quattro anni di guerra il fiore del sangue dei nostri figli, dei nostri e vostri fratelli.
Mi pare di avere detto abbastanza.
Per i vostri diritti, che sono equi e sacrosanti, sono con voi. Distinguer sempre la massa che lavora dal Partito che si arroga non si sa perch il diritto di volerla rappresentare. Ho simpatizzato con tutti gli organismi operai non esclusa la Confederazione Generale del Lavoro, ma pi da vicino mi sento con l'Unione Italiana del Lavoro. Ma dichiaro che non cesser la guerra contro il Partito che  stato durante la guerra uno strumento del Kaiser. Parlo del Partito Socialista Ufficiale. Esso vuole tentare sulla vostra pelle il suo esperimento scimmiesco, poich non  che una contraffazione russa. Voi giungerete, in un tempo che non so se sia vicino o lontano, ad esercitare funzioni essenziali nella societ moderna, ma i politicanti borghesi o semiborghesi non debbono farsi sgabello delle vostre aspirazioni per giocare la loro partita.
Di me possono avervi detto quello che si vuole. Non me ne importa. Sono un individualista che non cerca compagni nel suo cammino. Ne trova, ma non li cerca. Mentre infuria l'immonda speculazione politicante degli sciacalli, che spogliano i morti, voi, oscuri lavoratori di Dalmine, avete aperto l'orizzonte.  il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa.  il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere pi fatica, miseria o disperazione perch deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande entro e oltre i confini. (Il discorso di Mussolini  spesso interrotto da applausi generali, ripetuti, spontanei e cordiali).

Da Il Popolo d'ltalia, N. 80, 21 marzo 1919, VI.
 DOPO L'ADUNATA
LINEE DEL PROGRAMMA POLITICO
Il nostro movimento si allarga e si afferma. La nostra adunata ha suscitato echi di simpatia nei pi remoti e dimenticati paesi d'Italia. Ora si tratta di delineare, con tutta la precisione possibile, dati i tempi dinamici, il nostro programma d'azione politica. L'azione negativa non ci basta. L'anti-partito non pu vivere di una sola negazione. Accanto alla negazione che ci differenzia dai vecchi Partiti, appunto perch il nostro organismo non ha, nella sua composizione e nel suo funzionamento, simiglianze coi vecchi Partiti, noi abbiamo i nostri "postulati" per l'azione in senso positivo. Demolire, costruendo, potrebbe essere la nostra divisa.
Elenchiamo i nostri postulati d'indole politica.
1. L'attuale suffragio universale dev'essere integrato colla estensione del diritto di voto e di eleggibilit alle donne che abbiano compiuto gli anni 21.
2. Le elezioni generali politiche devono aver luogo con scrutinio di lista e rappresentanza proporzionale.
3. Le elezioni generali politiche devono aver luogo a smobilitazione compiuta.
4. L'et necessaria per l'eleggibilit a deputato  abbassata da 31 a 25 anni.
5. I deputati eletti nelle prossime elezioni formeranno l'Assemblea nazionale.
6. L'Assemblea nazionale durer in carica tre anni.
7. Il primo atto dell'Assemblea nazionale sar quello di decidere sulla forma di governo dello Stato.
8. Il Senato  abolito.
Questi postulati non sono nuovi e nemmeno rivoluzionari. Rappresentano un prolungamento, un perfezionamento della democrazia politica. Ma oggi la rappresentanza puramente politica non basta pi. Bisogna introdurre la "novit", la quale consiste nella creazione dei Consigli nazionali.  questo il modo di superare il dilemma: o parlamento o Sovit. Il parlamento rimane e gli sorge accanto il nuovo sistema di rappresentanze dirette di tutti gli interessati.
Su questa strada si era messo Kurt Eisner che  stato il maggior artefice della rivoluzione tedesca.
E allora precisiamo:
1. L'Assemblea nazionale discute e legifera sulle questioni che interessano la totalit dei cittadini all'interno e all'estero.
2. L'Assemblea nazionale sceglie in se stessa i nuclei dei Consigli nazionali. I deputati di questi nuclei non possono superare, nel numero, il quarto del totale dei membri del Consiglio nazionale.
3. L'Assemblea nazionale nomina i ministri dell'Interno, degli Esteri, delle Finanze, della Giustizia, dell'Istruzione, del Tesoro, della Difesa nazionale.
4. Vengono istituiti i Consigli nazionali dell'Industria, dell'Agricoltura, del Commercio, dei Servizi pubblici, delle Comunicazioni, terrestri, marittime, aeree, delle Colonie (con larga rappresentanza degli indigeni)
5. I Consigli nazionali nominano un "delegato dei Consigli" che siede con voto deliberativo nel Consiglio dei ministri e integra il Governo.
6. I Consigli non siedono necessariamente a Roma, ma dove esistono le condizioni pi favorevoli per lo svolgimento della loro attivit
 7. I membri dei Consigli nazionali sono eletti - come voleva Kurt Eisner nel suo discorso-programma - dagli interessati e cio "da associazioni e organizzazioni d'impiegati governativi e privati di maestri, di professionisti, di mestieri" e noi aggiungiamo sindacati di operai, mutue, cooperative, associazioni di cultura, ecc.
8. I Consigli nazionali si rinnovano ogni tre anni.
* * *
 evidente che per l'attuazione di questo programma, schematicamente delineato, bisogna stabilire un piano di costituzione dello Stato. L'attuale non pu contenerlo. L'opera  ponderosa ma la generazione attuale pu compierla. Si tratta non solo di creare questi nuovi organi della pi diretta e immediata rappresentanza del popolo, si tratta non solo di determinare le modalit di funzionamento e i limiti della loro attivit, ma si tratta - e questo  affare molto delicato - di precisare i "rapporti d'azione e d'entit fra Assemblea nazionale e Consigli nazionali".
Ci sono delle difficolt da superare, si capisce, ma questo  perfettamente logico, quando si pensi che l'obiettivo  di dare una nuova "costituzione" all'Italia. Queste difficolt non sono e non devono essere insormontabili, per il fatto che il "moto" odierno tende a quel punto. I segni abbondano. Nell'ultimo numero della Nuova Antologia, il senatore Maggiorino Ferraris propone la creazione di un "Consiglio agrario nazionale" con relativo schema di ordinamento. L'on. Rigola, nei suoi Problemi del Lavoro, ci avverte "che un Consiglio sindacale o tecnico sembra oramai imporsi come un contrappeso indispensabile al genericismo dell'Assemblea politica".
Con la trasformazione del Consiglio superiore del Lavoro da corpo consultivo in potere deliberativo a competenza limitata, si verrebbero ad avere in realt due camere legislative, una a base popolare e l'altra a base professionale; una politica e l'altra sindacale o tecnica, a meno che non si preferisse imperniare tutto il sistema rappresentativo sul suffragio professionale, come domanda la Confederazione.
Noi siamo contrari al "suffragio soltanto professionale". Se la sola rappresentanza delle idee  insufficente, anche la sola rappresentanza degli interessi non basta. La nostra  la "rappresentanza integrale" nella quale il "cittadino" non solo non viene annullato, ma col sistema dei Consigli nazionali aumenta in lui la possibilit d'azione, d'iniziativa, di controllo nella gestione politica ed economica della nazione. Apro la discussione. L'argomento  interessante.

                                                                                                               MUSSOLINI

POSTILLA
Avevo appena finito di scrivere quando i giornali recano una notizia interessantissima: uno di quei "Consigli nazionali" che io propongo come integratori della rappresentanza nazionale,  sorto in Inghilterra, quale conseguenza dei recenti grandi movimenti operai, pacificamente conclusi. La commissione dei 60 delegati - trenta operai e trenta industriali - "propone l'istituzione di un Consiglio o Parlamento industriale permanente composto di 400 membri eletti in numero eguale dalle organizzazioni degli industriali e da quelle degli operai. Il Consiglio avrebbe principalmente la missione di consigliare il Governo in tutte le questioni riferentisi all'industria e di eleggere un comitato esecutivo permanente di cinquanta membri il quale servirebbe a mantenere il Parlamento industriale in continuo contatto.
Si tratta di una proposta, ma non v' dubbio che il Governo inglese la far sua.
Le idee nuove e buone van traducendosi nei fatti.... in Inghilterra e speriamo e vogliamo anche in Italia.
                                                                                                                                 M.

Da Il Popolo d'Italia, N. 89, 30 marzo 1919, VI.
 CONVERGERE GLI SFORZI!
Il comandamento dell'ora  questo: convergere gli sforzi, tesoreggiare le energie. Se i combattenti vogliono fronteggiare il pericolo interno, consistente nella presa di possesso del potere da parte di un partito ai danni di tutta la nazione e in particolar modo ai danni della massa che lavora, se i combattenti vogliono, come ne hanno l'incontrastato e incontrastabile diritto, partecipare in prima linea al rinnovamento rapido e sostanziale della vita italiana, devono unirsi in un solo organismo, invece che dividersi e suddividersi in tanti gruppi sia pure affini.
Questo autonomismo, questo particolarismo, questo atomismo  stato finora un male della politica nazionale comune a tutti i partiti.  tempo di curare il male, anzi di estirparlo. I combattenti devono dare il buon esempio, incamminarsi risolutamente su questa strada, fondendo le loro diverse associazioni in un solo potente organismo. Le cose stanno in questi termini. Accanto all'Associazione nazionale fra mutilati e invalidi di guerra, sono sorte, in moltissime localit, le Associazioni dei combattenti. Non possediamo dati statistici sullo sviluppo di questo movimento, ma abbiamo ragione di ritenere, da quello che direttamente ci consta, che esso sia imponente. Molti vivaci settimanali, alcuni dei quali molto ben fatti, costituiscono gli organi di intesa, di propaganda, di propulsione di queste Associazioni. Citiamo, togliendo dall'ultimo Bollettino dell'Associazione: La Voce dei Reduci, che esce ad Ascoli Piceno, diretta dall'amico nostro Silvio Lavagna; la Libera Parola, dei combattenti di Reggio e Parma; l'Adunata di Bari; la Voce dei Combattenti di Reggio Calabria; La Vedetta, organo di "coloro che han fatto la guerra", di Pisa; Le Trincee di Torino; l'Ora Nostra di Alessandria; Il Reduce di Gallarate; la Riscossa di Vigevano; le Cronache Meridionali di Napoli. Questi giornali - e crediamo di non averli citati tutti - sono indici di quel solido e naturale movimento che noi gi battezzammo col nome di "trincerocrazia".  un vero e proprio "partito di combattenti" quello che si forma, a lato e dietro l'ispirazione dell'Associazione nazionale fra mutilati e invalidi di guerra? Il nome importa poco. L'essenziale  che si tratta di forze che si muovono sul terreno nazionale e che si propongono quel rinnovamento degli istituti politici ed economici che  la base del nostro programma. Non tutti i combattenti sono raccolti in queste sezioni. C' anche l'"Associazione nazionale reduci zona operante", che ha sede a Torino ed ha per organo l'A Noi! Quanti siano gli iscritti a questa Associazione non sappiamo, ma, da quanto ci risulta, il suo sviluppo  notevole, specialmente nel Piemonte, e in fatto di programma non differisce dal nostro. 
Terzo organismo, di data recentissima: l'"Unione nazionale fra ufficiali e soldati", della quale abbiamo pubblicato ieri il vibrante proclama. Anche questo nuovo organismo ha un programma fondamentalmente analogo a quello dei precedenti.
A prescindere dalle "Leghe proletarie", nelle quali sono iscritti i tesserati del Partito Socialista Ufficiale e che vivono tisicuzze senza seguito, esistono ancora altre organizzazioni di combattenti, e cio: l'"Associazione fra gli arditi d'Italia", con sede a Roma, della quale  segretario il nostro amico Carli; l'"Associazione fra i volontari italiani", nata in questi giorni a Milano e che potrebbe diventare domani, raccogliendo i superstiti dei 200.000 volontari, un organismo di primo ordine; il "Fascio combattenti M. I.", oltre a minori organizzazioni segrete sulle quali non  il caso di tenere discorso.
Ora noi domandiamo ai nostri amici trinceristi delle diverse Associazioni :  proprio necessario,  utile o non  dispersivo e pericoloso, mantenere in vita tanti gruppi, quando si potrebbe raccogliersi tutti in uno solo, la cui importanza numerica, politica, morale, economica, sarebbe semplicemente grandiosa?
 una domanda alla quale bisogna rispondere. Non  il tempo di attardarsi sui dettagli, di sottilizzare sulle sfumature, di insistere sulle questioni personali. Tutto ci  miserevole e caduco.  tempo di contarsi e di agire.
Noi invitiamo i nostri amici a muovere le loro Associazioni in questo senso: convocare a Roma prestissimo una Costituente dei rappresentanti di tutte le Associazioni nazionali dei combattenti ed effettuare la "unione" o meglio l'"unit" di tutte le forze trinceriste.
Dalla Costituente di Roma, che potrebbe essere convocata pel 21 aprile, Natale di Roma, ma anche vigilia della riapertura del Parlamento, dovrebbe uscire la "Magna charta dei trinceristi d'Italia".
E cio: i postulati e le rivendicazioni di realizzazione immediata che interessano soltanto i combattenti e gli altri postulati che interessano tutta la Nazione.
Quando domani si raccogliessero in una associazione sola i combattenti, oggi divisi in troppe associazioni, quando domani, in un solo organismo si contassero duecento mila, mezzo milione di trinceristi, chi potrebbe resistere alla loro formidabile pressione?
Combattenti, la proposta  lanciata. La parola  a voi e a voi spetta decidere! Ma senza indugio, poich l'ora non lo consente!
                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 99, 9 aprile 1919, VI.
 IL PROGRAMMA POLITICO DEI FASCI
Il programma che ho pubblicato sul giornale di oggi  il mio programma, ma pu non essere il vostro. In questo caso potremo discuterlo e modificarlo. Si rimprovera a noi un atteggiamento puramente negativo. Evidentemente questo atteggiamento negativo non basta alla nostra attivit pratica. Contro il bolscevismo sono in gioco molte forze storiche e politiche. La nostra opera, di prevenzione, deve consistere nel presentare un programma di attuazione immediata a scadenza massima di quindici giorni, effettuabile nell'intervallo di tempo che ci separa dal 1 maggio. Non perch questa data possa essere l'inizio di una catastrofe; da quanto si legge nei fogli socialisti si ha l'impressione del contrario.
Noi ci mettiamo sul terreno delle realizzazioni immediate per ragioni di ordine politico generale e urgente. I primi tre punti di queste realizzazioni non sono dell'importanza degli altri, pure quello del progetto di legge che sancisca le otto ore di lavoro per tutti i lavoratori italiani ha importanza ed ha un precedente in Francia, dove il Governo repubblicano ha deposto il progetto di legge di sua iniziativa. La classe proletaria francese perci non far nemmeno una giornata di sciopero per ottenere questa rivendicazione.
In Italia gli operai che potrebbero godere delle otto ore sono otto o dieci milioni, mentre quelli che le hanno gi ottenute sono appena un milione.
Circa gli emendamenti al progetto Ciuffelli sulle assicurazioni globali, or non  molto ho letto un ordine del giorno favorevole alla Federazione del Lavoro. Questo progetto fissa il minimo della pensione a 65 anni di et, ma gli elementi operai fanno osservare che a questa et si  troppo vecchi e chiedono perci che il limite sia portato a 55 anni.
Il terzo punto delle realizzazioni immediate da effettuare nell'ordine sociale riguarda il personale delle ferrovie. Bisogna che il Governo sistemi i ferrovieri, i quali sono un elemento essenziale della vita della nazione; e in questo momento  essenziale che il servizio funzioni, e perch funzioni  necessario sistemare il personale.
Della seconda parte del nostro programma di realizzazione abbiamo gi parlato e discusso in altre riunioni.
Sulla terza parte, cio nell'ordine economico finanziario, propongo una misura rivoluzionaria che nessun Partito finora - nemmeno il Partito che vuol monopolizzare la rivoluzione - ha mai affacciato. Si tratta di un'imposta straordinaria progressiva sul capitale.  una confisca quella che propongo.
Prima di formulare la proposta io non solo ho studiato la questione da tutti i punti di vista, ma ho interrogato dei competenti in materia finanziaria. Tutti concordemente mi hanno dichiarato che se il Governo non ricorre a questa misura radicale, noi non usciremo dal nostro gravissimo imbarazzo finanziario.
I vantaggi di questo provvedimento sarebbero grandiosi e ci permetterebbero di far fronte ai nostri impegni.
Nostra intenzione  di portare questi nostri postulati all'on. Orlando. Egli torner, pare, a Roma il 20: la Camera si riaprir il 23. Noi abbiamo intenzione di convocare in Roma una giunta rappresentante tutti i Fasci d'Italia. Ci recheremo dall'on. Orlando e gli diremo: "Queste riforme sono mature nella coscienza del popolo italiano e rappresentano una indefettibile necessit: se le accogliete senza dilazione determinerete una "dtente" anche nello spirito delle classi popolari, ma se voi non vi renderete conto di queste necessit, senza fare i profeti crediamo di potervi dire che voi pregiudicherete le sorti delle istituzioni. Ma lo avrete voluto, perch noi vi proponiamo la via per cui convogliare il movimento verso una trasformazione pacifica".
Il nostro compito, dunque, non  quello di impedire quello che  gi in corso, ma quello di evitare che questa profonda trasformazione rappresenti il dato distruttivo della nostra civilt.
Se noi potremo domani stendere in tutta Italia una rete formidabile di Fasci e se raccoglieremo intorno a questi Fasci il consenso sempre pi largo delle masse e se creeremo dei nuclei pronti all'azione, allora potremo imporci nel giro di ventiquattro ore.
 necessario dire il nostro parere riguardo all'eventualit di un supplemento di amnistia. Fin da questo momento noi dichiariamo in proposito che non si potrebbe fare uno sfregio pi atroce ai nostri morti e ai mutilati di quello di beneficare i disertori in faccia al nemico e i disertori all'interno che si son resi colpevoli di delitti comuni. (Applausi).
Per questa categoria di condannati non potremo chiedere - e nemmeno i socialisti ufficiali in buona fede possono chiederla - clemenza: per tutti gli altri s.
Queste le linee del nostro programma immediato, programma che combatte il leninismo, che non deve essere confuso col proletariato. Noi intendiamo salvare la nostra rivoluzione dalla loro, che  la rivoluzione distruttiva della vandea.

Da Il Popolo d'Italia, N. 104, 14 aprile 1919, VI.
 NON SUBIAMO VIOLENZE!
Giornata tempestosa quella di marted a Milano: di una tempesta che era venuta accumulandosi in questi ultimi tempi e che un giorno o l'altro doveva precipitare. I lettori leggeranno nel seguito la cronaca che la censura far bene a rispettare, poich la verit non fa male, specialmente in questo caso. Cominciamo col dichiarare che se nella condotta delle autorit ci fosse stata una "linea", molto probabilmente il pomeriggio sarebbe trascorso senza straordinari incidenti. Questa linea non c'era o non erano stati predisposti i mezzi per fissarla. Comunque, per testimonianze inconfutabili, resti stabilito che i primi colpi di rivoltella partirono dall'avanguardia dei dimostranti sopraggiunti in Piazza del Duomo, malgrado le esortazioni pi o meno sincere degli oratori e che le scariche della folla patriottica raccolta in Piazza del Duomo rappresentano una inevitabile e necessaria risposta. Tutto quel che avvenne di poi fu assolutamente spontaneo; fu un movimento naturale e irrefrenabile della folla, non predisposto, non preparato, non premeditato. L'atteggiamento dei nostri elementi era stato deciso. Tanto il Fascio Milanese di Combattimento come l'Associazione dei volontari di guerra, come la Casa di mutuo aiuto dell'ardito, come l'Unione italiana del lavoro e l'Unione sindacale milanese e il Circolo del gruppo Filippo Corridoni avevano stabilito di rimanere spettatori passivi dello sciopero protestatario se fosse stato contenuto nelle ventiquattro ore e di limitarsi in ogni caso alla "difesa" delle nostre posizioni. Questa la verit, la genuina e purissima verit documentata e documentabile. Ma tutto ci ch' avvenuto sulle spiagge del Naviglio, anche se non  partito da noi, anche se l'iniziativa non fu nostra, non  da noi rinnegato o rimpianto o deplorato, perch  stato umano, profondamente umano. Non siamo dei coccodrilli democratici e dei vigliacchi. Abbiamo sempre, il coraggio delle nostre responsabilit. Siamo ancora quelli di Tregua d'armi.
In fondo,  la guerre comme  la guerre. Se fosse capitata a noi la stessa sorte, non leveremmo lamentazioni melanconiche o proteste inutili. Chi si propone di attaccare, pu essere prevenuto nell'attacco. La "sorpresa"  la carta pi ricca del giuoco. Quel foglio partiva ogni giorno in guerra. Ogni giorno esso montava l'ambiente. La tensione nervosa era divenuta insopportabile in queste ultime settimane. Non si respirava pi. Si era diffuso un panico imbecille simile a quello che prendeva certi ambienti all'annuncio delle offensive nemiche. Ogni giorno era una vigilia. Dominava l'incertezza del domani. Data questa situazione psicologica non v' pi da stupirsi su quello che  avvenuto. Ma diciamolo qui chiaro e forte, non erano reazionari, non erano borghesi, non erano capitalisti quelli che mossero in colonna verso via S. Damiano. Era popolo, schietto, autentico popolo! Erano soldati e operai, stanchi di subire il ricatto sabotatore della pace, stanchi di subire le prepotenze, non pi semplicemente verbali, dei leninisti. Qui, il nostro giornale era stato presidiato da soldati e da operai, autentici soldati, autentici operai! Nessun borghese dal grosso portafoglio ha varcato la porta, ben vigilata, della nostra fortezza!  l'interventismo popolare, il vecchio buon interventismo del 1915, che, in tutte le sue gradazioni, si  raccolto intorno a noi.
Appunto perch ci sentiamo popolo, appunto perch amiamo e difendiamo il buon popolo lavoratore, noi vogliamo ripetere in questa occasione la nostra franca parola: Operai, dissociatevi da coloro dei vostri capi, che per un loro disegno politico, vi hanno spinti e vi vogliono spingere allo sbaraglio sanguinoso e inutile. Checch vi si possa dire in contrario, noi non ci opponiamo alle vostre giuste rivendicazioni. Le facciamo semplicemente nostre. Vi aiutiamo, fraternamente e disinteressatamente, per raggiungerle. Siamo i vostri amici, perch non vi chiediamo nulla. Noi non ci opponiamo al movimento ascensionale delle masse lavoratrici; non ci opponiamo a quella magnifica incruenta rivoluzione operaia che  in atto e che ha gi, anche in Italia, toccato splendide realizzazioni; noi combattiamo apertamente e fieramente, insieme colla maggioranza dei socialisti di tutto il mondo, quel fenomeno oscuro di regressione, di contro-rivoluzione e d'impotenza che si chiama bolscevismo. Noi difendiamo la nostra rivoluzione rinnovatrice e creativa, dagli assalti proditori della contro-rivoluzione retrograda e distruttiva dei leninisti. Questo sia ben chiaro alle vostre coscienze, o amici operai! E convincetevi ancora, prima di seguire ciecamente gli eccitatori leninisti che poi vi piantano sul pi brutto, che noi siamo molti, e soprattutto decisi. Abbiamo del fegato. Abbiamo fatto la guerra. Ci siamo macerati nelle trincee. E per la nostra libert, siamo disposti a tutti i sacrifici. E contro a tutte le dittature, siano quelle della tiara, dello scettro, della sciabola, del denaro, della tessera, siamo pronti ad insorgere. Vogliamo il progresso indefinito delle folle lavoratrici, ma le dittature dei politicanti, no, mai! Dopo la giornata di marted, qualcuno che faceva troppo lo spavaldo e che aveva assunto arie da smargiasso rovesciamondo, deve avere imparato, a proprie spese, che l'interventismo popolare milanese  ancora un osso duro da rodere; che noi siamo uomini dalla pellaccia dura perch non abbiamo nulla da perdere e che non  possibile, n ammissibile, n tollerabile che poche dozzine di leninisti pretendano di violentare una citt grande e possente come Milano, e meno ancora violentare l'anima della Nazione, che avendo lottato e sanguinato per la pi grande libert, non intende di sacrificarla alle nuove asiatiche tirannie.
                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 106, 18 aprile 1919, VI.
 PAROLE CHIARE
Se il tentativo di rivolta bolscevica si fosse sviluppato e avesse condotto, come avrebbe condotto, a un pi vasto spargimento di sangue, oggi molti dei "menatorroni" che non hanno capito niente dei fatti di Milano, troverebbero in fondo ai loro calamai l'inchiostro dei giorni feroci. L'attacco  stato rintuzzato dai cittadini, dagli operai, dagli ufficiali, dai soldati, mentre i cosidetti borghesi filavano verso i laghi e a sud del Po, ed ecco molti bravi signori, della specie e sottospecie socialista, farsi avanti colle arie saccentuole di chi sta al di sopra della mischia, non ne vive, quindi, la passione, non ne affronta, quindi, i rischi e pu farla comodamente da giudice. Noi non abbiamo bisogno di inseguire queste farfalle. Noi diciamo tranquillamente che quello che doveva essere,  avvenuto, e tutti coloro che hanno in questi ultimi tempi seguito la politica milanese, sanno che un urto fra le due parti un giorno o l'altro doveva venire.  stato sanguinoso e drammatico, ma le folle armate ed esasperate, quando si incontrano e si scontrano non si dicono dei madrigali, specialmente dopo quattro anni di guerra.
Ora, noi respingiamo l'insinuazione codarda che la giornata di marted sia stata "reazionaria". Le parole non ci fanno pi paura. Intanto, la "reazione", se c' stata, non rassomiglia alle altre. Non rientra nel quadro tradizionale. Non  stata reazione statale o governativa o poliziesca. I carabinieri non hanno sparato. Nemmeno i soldati, Neanche i questurini. Il prefetto si  affrettato a dichiararlo. Il Governo ha mandato qui due ministri per una inchiesta, creando, sia detto fra parentesi, un precedente simpatico. La reazione  stata di popolo. Meglio ancora: quella di marted  stata una giornata della nostra rivoluzione. Che tutti i giornali siano da rispettare,  un conto, quantunque i regimi socialisti abbiano completamente abolita tale libert. Quel che bisogna dire, quel che bisogna proclamare dai tetti, quel che non bisogna mai stancarsi di ripetere  che il giornale di via San Damiano  stato ed  il giornale pi squisitamente reazionario che si stampi in Italia e in Europa.  il giornale di Caporetto, signori;  il giornale che ha sabotato, per quattro anni, la guerra;  il giornale che in questi ultimi tempi aveva riconsegnata la matita all'ignobile Scalarini, perch raspasse - iena raccapricciante - fra i morti.
E che cosa preparava questo giornale? La rivoluzione?
No. La reazione.
Voleva la libert?
No. La dittatura e la forca.
Preparava giorni migliori al proletariato italiano?
No. Giorni di lutto e di buio.
Voleva almeno una rivoluzione italiana, conforme alle nostre condizioni storiche e sociali?
No. Predicava l'imitazione russa, che ha ucciso la Russia e assassinerebbe l'Italia.
Chi ha il coraggio, dopo tutto ci, di affermare che quel giornale  rivoluzionario? O non  invece vero che la sua sedicente rivoluzione  distruttiva, forcaiola, vandeana e che , insomma, la controrivoluzione opposta alla nostra rivoluzione? Le masse operaie, anche milanesi, devono oscuramente sentire quel che diciamo, perch hanno accettato il fatto con assoluta passivit. Nessuno di coloro che trovandosi nei locali dovevano difendere la bandiera del proletariato italiano,  stato capace di versare una stilla di sangue. Sono fuggiti tutti indecorosamente. Oltre a ci, le masse operaie sono tremendamente stufe di servir da zimbello a questi cosidetti rivoluzionari che non sono capaci di distruggere e meno ancora sono capaci di riedificare. La rivoluzione non  l. Non c' nemmeno la rivolta. C' il ballo di Sanvito della frase inutile. Noi sdegniamo la "corsa al pi rosso" perch non aduliamo le masse e nulla chiediamo alle medesime; solo affermiamo che senza i dogmatismi delle tessere, senza i formalismi dei dogmi, senza le catene e i paracarri dei soliti Partiti i nostri postulati sono infinitamente pi rinnovatori dei balbettamenti estremisti di tutte le specie.
Coi nostri postulati si spianano le strade all'avvento della democrazia politica e di quella economica: si spalancano le porte all'avvenire delle masse, senza dittature sterili e senza violenze inutili. L'Inghilterra ha effettuato in questi giorni un'immensa rivoluzione socialista che abolisce in fatto il diritto di propriet privata delle miniere e non si  versato una sola goccia di sangue. Noi ci infischiamo sovranamente che qualcuno - sopraffatto dalle vecchie nostalgie - ci tacci di reazionari per il fatto totalmente occasionale che nella lotta anti-bolscevica non siamo soli. I contatti sono fatali per chi vive in societ. Potremmo controbattere i nostri accusatori rimproverando loro altri contatti con altra pi equivoca gente, ma questo non vale. Noi abbiamo un programma di pochi caposaldi, un programma positivo, radicale, rinnovatore: e attuabile, perch sta nella pienezza dei tempi ed  nella coscienza delle moltitudini. Le quali, senza che noi le cerchiamo, vengono o tornano istintivamente a noi. Esse sentono che qui  la vita. Che qui  l'azione. Altrove  la frase, la paralisi, e - ahim! - la vilt.                                                                                                            							MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 107, 19 aprile 1919, VI.
 L'ITALIA NON RINUNCIA
A QUEL CHE FU CONSACRATO DAL SANGUE
Gli ultimi avvenimenti di Parigi hanno ferito nel vivo delle carni e nel pi profondo dell'anima la nazione italiana. Si  formata, quasi automaticamente, una unanimit nazionale, nella quale sono sommerse le ultime superstiti voci di quel che fu il wilsonismo. Qualunque cosa accada, oramai l'incanto  spezzato. La dichiarazione dell'Inghilterra e della Francia, colla quale esse annunciano che faranno onore alla loro firma, giunge tardiva, dopo sette giorni di discussioni interminabili. Quanto a Wilson, noi sappiamo che cosa pensare del suo idealismo, nel quale noi tutti credemmo e sperammo sino a pochi giorni fa. Noi ci guardiamo bene dall'identificare Wilson col popolo americano. Giudicando, come si merita, l'atteggiamento del Presidente, noi non vogliamo dimenticare ci che l'America ha fatto per l'Europa e per noi. Abbiamo il senso della misura e della responsabilit e sappiamo ormai che Wilson non rappresenta l'America, ma appena se stesso. L'America non  in questione sino a quando non risulti che essa  solidale col suo Presidente, ma nell'attesa di conoscere l'opinione pubblica americana  lecito bollare come inqualificabile tutta la manovra wilsoniana.
Il messaggio al popolo americano  in realt diretto a noi. O meglio  diretto a quella infinitesima frazione della nostra opinione pubblica che ostentava - per monetizzarlo - il wilsonismo e che oggi, molto prudentemente, si d alla latitanza.  evidente che, sulla base di pochi giornali e di alcune altre manifestazioni pi o meno coreografiche, s'era radicata nel cervello di Wilson l'idea che fosse possibile infliggere qualsiasi rinuncia al popolo italiano. Aggiungete a questa convinzione il dato tipico della mentalit americana che vede i problemi sotto l'aspetto della estensione e prescinde da quello della profondit e vi spiegherete l'apparentemente strano, ma furbescamente premeditato colpo di testa del presidente Wilson.
Sono giunte sul tappeto della Sala dell'Orologio formidabili questioni che toccano oceani e continenti e sulle quali i dissensi erano vivacissimi, e Wilson non ha mai sentito il bisogno di lanciare messaggi al suo popolo. Per la questione italiana, che non supera in importanza le altre, Wilson ricorre ai proclami. Con quale obiettivo? E con quale diritto? Dopo il messaggio non c' pi dubbio possibile per quel che riguarda Fiume. Non  vero che la tesi di Wilson sia una tesi media o di compromesso: la tesi di Wilson  perfettamente croata. Non ci attardiamo a esaminare il messaggio wilsoniano, perch la risposta dell'on. Orlando  esauriente, nobile e convincente. Si pu dire senza esagerazione che tutto il popolo italiano, combattenti e non combattenti,  raccolto compatto dietro ai nostri plenipotenziari. E si pu aggiungere, senza cadere nella retorica, che nessuna forza al mondo potr strappare Fiume all'Italia.
                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 112, 25 aprile 1919, VI.
 DISCORSO DA ASCOLTARE
Questo discorso  diretto agli operai.
Parliamo schietto. Senza finzioni. Senza adulazioni. Cos come la coscienza ci detta. , oggi, di moda "adulare" le masse lavoratrici e precisamente quelle che lavorano manualmente. Noi ci rifiutiamo di seguire questa moda cortigianesca. Preferiamo celebrare il lavoro in tutte le sue manifestazioni, dalle pi eccelse alle pi modeste; da quelle che trasformano la rozza materia a quelle che esprimono i moti profondi dello spirito. Adoriamo il lavoro che d la bellezza e l'armonia alla vita, non solo quello che aumenta la possibilit del nostro benessere materiale. Ci premesso, noi parliamo da "amici" agli operai. Amici che non chiedono nulla. Assolutamente nulla. Come amici disinteressati, noi diciamo agli operai italiani che essi stanno per cedere sotto una nuova tirannia, che, oltre ad essere spietata,  ridicola: alludiamo alla tirannia del Partito Socialista.
Quando noi meditiamo su quello che accade, ci sentiamo umiliati. Le masse operaie sono alla merc di una classe politica cosiddetta socialista, che vuole semplicemente sostituirsi, per via dell'assiette au beurre, alla classe politica cosiddetta borghese. Questo trucco volgare ha un nome sonante: si chiama dittatura del proletariato. Ci stupisce che le teste pensanti della Confederazione Generale del Lavoro, che non possono non aver avvertito il fenomeno, lo accettino passivamente, anche nelle sue disastrose conseguenze. La verit  che i 600 mila organizzati della Confederazione Generale del Lavoro dipendono - come tanti schiavi - da venti o trentamila uomini che si chiamano socialisti. Costoro "giocano" le masse operaie senza consultarle mai. La condotta del Partito nei rapporti del proletariato  squisitamente autocratica, assolutista, imperialista, borghese. C' un elemento di grottesco, che si delinea plasticamente. Chi sono questi cosiddetti socialisti che la fanno da pastori del gregge? Perch presumono essi, ed essi soli, di essere gli interpreti genuini, i rappresentanti autentici della massa lavoratrice e quali titoli di sapienza, di saggezza, di virt possono vantare in confronto del resto degli umili mortali? Dov' il diritto e la ragione della loro dittatura? Non nel loro cervello, che in media non supera di capacit quello degli altri; non nel loro cuore, che non pu contenere pi humanitas di quanto non ne contengano gli altri innumerevoli delle innumerevoli creature umane: il titolo della loro dittatura  un semplice cartoncino che si chiama tessera e che l'ultimo idiota, pazzo, fannullone, parassita, borghese di questo mondo pu procurarsi inscrivendosi nel Partito e pagando la tenue moneta di una lira.
Quando un signore qualunque  munito di quella tessera, da un giorno o da un mezzo secolo, ed  in regola colle marchette, egli cessa issofatto di appartenere alla povera nostra comune umanit: diventa un prescelto, un eletto, un veggente, un apostolo, un santo, un dio: tutte le sapienze, tutte le virt, tutti gli eroismi gli appartengono. Quello che dice, decide, fa o non fa, rappresenta sempre il maximum della saggezza: il cartoncino della tessera ha un magico potere per cui gli imbecilli diventano geni, i conigli leoni e la massa operaia deve ubbidire, ciecamente ubbidire, a ci che viene stabilito da un sinedrio di uomini, che non hanno mai lavorato e non lavoreranno mai, perch hanno trovato nel "socialismo" il loro mestiere, il loro pane, la loro soddisfazione, come altri trova il pane e il resto in una scuola, in un ufficio, in un campo o in una officina. C' una nuova divinit nel mondo: la tessera. E come tutte le divinit anche questa richiede non solo incensi, ma sacrifici; non solo preci, ma sangue. I proletari vogliono o non vogliono accorgersi che sono ancora incatenati e che da una schiavit passano a un'altra schiavit? Gli operai che sono degni dell'aggettivo "coscienti" devono insorgere contro il rinnovato strazio che si fa della loro volont, del loro benessere, della loro vita.
Il "partito"  un fatto estraneo al movimento operaio. Nessuno gli contesta l'esercizio del potere sui suoi inscritti; ma  cretino e criminoso permettergli l'esercizio e l'abuso del potere sul proletariato. Che il Pus decida il finimondo,  affare che lo riguarda, ma che decida in assenza del proletariato e contro il proletariato, arrogandosi poi il diritto d'imperio sul proletariato stesso,  spettacolo "reazionario" e autocratico che deve finire.  tempo di stabilire nelle organizzazioni un regime di vera democrazia.  tempo di dire che prima di inscenare qualsiasi movimento economico e politico, gli operai devono essere interpellati.  tempo di dire che gli operai non sono fantocci privi di capacit ragionante, come li ritiene il Partito Socialista, dal momento che si "sostituisce" continuamente a loro senza interrogarli mai.
Amici operai,  in questione la vostra dignit e la vostra libert. Provvedete! Insorgete! Prima che la tirannia rossa vi abbia schiacciati.
				* * *
Un discorso di questo genere, nel quale intimamente consentono - ne siamo sicuri - i dirigenti confederali,  destinato a provocare le solite accuse. Certi atteggiamenti fan ricordare il "Volete la salute? Bevete etc.". Volete "passare" da rivoluzionari? Provvedetevi di una tessera. Ma noi, che siamo e rimarremo sprovvisti di tessera, siamo cos poco "reazionari" che accettiamo quasi tutti i postulati del manifesto confederale del Primo Maggio, manifesto che d all'anima una sensazione di luce e di forza, mentre quello della Direzione del Partito d un senso di buio, d'impotenza e di disperazione. La trasformazione del Parlamento e l'introduzione della rappresentanza integrale,  nel programma dei Fasci.
Sempre nel programma dei Fasci  la immediata applicazione di una legge che sanzioni la conquista proletaria delle otto ore; la modificazione del decreto-legge per le pensioni d'invalidit e vecchiaia riducendo il limite di et a 55 anni per gli uomini e 50 per le donne; l'immediato apprestamento dei decreti-legge per le assicurazioni obbligatorie di malattia e di disoccupazione; un'imposta fortemente progressiva sul capitale; l'attuazione dei conclamati provvedimenti atti a lenire e migliorare le condizioni dei mutilati e invalidi di guerra e a risolvere il problema delle abitazioni.
Facciamo le nostre riserve su alcuni postulati politici. Prescindendo da ci, ci troviamo di fronte a un programma di realizzazione e di costruzione. Non qui, si trovano gli isterismi dittatoriali del Partito Socialista, che sabotano pi che aiutare il moto di ascensione delle masse operaie; moto che noi fiancheggiamo perch pensiamo che, se le masse lavoratrici rimangono in uno stato di miseria e di abbrutimento, non v' grandezza di popolo, n dentro, n oltre i confini della Patria.                                                       							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 118, 1 maggio 1919, VI.
 IDEE IN CAMMINO CHE S'INCONTRANO
IL PROGRAMMA DEI FASCI
DALLA "RAPPRESENTANZA INTEGRALE"
ALL'"ESPROPRIAZIONE PARZIALE
A poco a poco, senza cadere nelle precipitazioni e nelle anticipazioni della demagogia pussista, il programma politico dei Fasci di Combattimento si elabora e si completa. Uno dei postulati che rappresenta una "novit"  quello concernente l'introduzione nella costituzione dello Stato italiano del sistema della "rappresentanza integrale". Il nostro redattore Lanzillo studier a fondo questo problema. Ma l'idea ha gi realizzato passi giganteschi. In essa coincidono diversi partiti e correnti e uomini. Di una "rappresentanza integrale" era parola nel recentissimo manifesto del Gruppo Parlamentare Socialista, mentre la Confederazione Generale del Lavoro, nelle sue pubblicazioni, e cio la rivista I Problemi del Lavoro e il settimanale Le Battaglie Sindacali, continua la campagna. Senza rivendicare diritti inutili di priorit, ci piace di ricordare che questo giornale e i Fasci hanno fatto della "rappresentanza integrale" un cardine fondamentale del loro programma. 
Nel penultimo numero dei Problemi del Lavoro, l'on. Rinaldo Rigola, sempre sullo stesso tema, conclude un suo articolo con queste parole:
"Il Parlamento corporativo o sindacale potrebbe chiamarsi anche pi modestamente Consiglio e potrebbe, e dovrebbe, anzi, essere discentrato in tanti Consigli regionali adattabili al tipo economico delle diverse regioni, donde, in definitiva, l'adozione del principio informatore dei Consigli degli operai. Il Consiglio del lavoro insomma, radicalmente trasformato e investito dei poteri di decidere. Potr essere questione di modalit, ma la direttiva  questa".
Concordiamo in questa direttiva con l'on. Rigola, anche perch i Consigli del lavoro non sarebbero esclusivamente eletti dai lavoratori manuali. In altra parte del suo articolo, l'on. Rigola domanda infatti:
"Perch privare, come avviene in Russia, del diritto di voto un intellettuale reso innocuo dall'avergli tolto il virus borghese? Non  egli obbedire alla grettezza? Non  egli spogliare una classe dei privilegi per darli a un'altra?".
Il che, aggiungiamo noi,  squisitamente antisocialista, dovendosi interpretare il socialismo come l'avvento di un regime che annulla le classi in una sola classe di produttori associati, con le sole inevitabili gerarchie delle funzioni e della intelligenza....
Ma tornando alla rappresentanza integrale l'on. Rigola deve rendermi atto che sin dal 30 marzo io ho prospettato la creazione di questi Consigli nazionali, nei seguenti precisi termini:
4. Vengono istituiti i Consigli nazionali dell'Industria, dell'Agricoltura, del Commercio, dei Servizi Pubblici, delle Comunicazioni terrestri, marittime, aeree, delle Colonie (con larga rappresentanza degli indigeni).
5. I Consigli nazionali nominano un "delegato dei Consigli" che siede con voto deliberativo nel Consiglio dei ministri e integra il Governo.
6. I Consigli non siedono necessariamente a Roma, ma dove esistono le condizioni pi favorevoli per lo svolgimento della loro attivit.
7. I membri dei Consigli nazionali sono eletti - come voleva Kurt Eisner nel suo discorso-programma - dagli interessati e cio da "associazioni e organizzazioni d'impiegati governativi e privati, di maestri, di professionisti, mestieri" e noi aggiungiamo sindacati di operai, mutue, cooperative, associazioni di coltura, ecc.
8. I Consigli nazionali si rinnovano ogni tre anni.
Dove si vede che le idee buone camminano e, con buona pace dei pussisti idrofobi, si incontrano. Incontrandosi, trionferanno.
* * *
Un altro postulato dei Fasci  "l'imposta progressiva straordinaria sul capitale". Abbiamo gi visto che a questo proposito s'incontrano le idee del comm. Dante Ferraris, presidente della Confederazione Generale dell'Industria, e del signor Matteotti, collaboratore della Critica Sociale. Sulla necessit urgente di questa misura, s'intrattiene l'amico Alceste De Ambris nell'ultimo fascicolo del suo Rinnovamento. Egli la chiama "espropriazione parziale". Noi "imposta straordinaria". La differenza  nelle parole, soltanto. Tutti siamo d'accordo nell'affermare che senza provvedimenti radicali, non si liquida il dopo-guerra, soprattutto dal punto di vista finanziario. Sulla necessit dell'espropriazione parziale, cos si esprime l'on. De Ambris:
"Espropriazione: Abbiamo detto la parola poc'anzi e la ripetiamo. Se le classi dirigenti non intendono la necessit di autoespropriarsi parzialmente per ricondurre il bilancio sociale a condizioni normali, bisogna che si attendano di essere espropriate totalmente dal bolscevismo.  un dilemma dal quale non  possibile uscire.
"Ma  certo che l'espropriazione quale noi la intendiamo non pu essere una espropriazione fatta a caso, che colpisca indistintamente tutti i capitali, produttivi e improduttivi, perch allora si arriverebbe a disseccare i cespiti della produzione e il rimedio riuscirebbe forse peggiore del male. Noi ci troviamo in questo d'accordo col presidente della Confederazione Industriale Italiana, quando afferma che le esigenze del bilancio nazionale "debbono essere soddisfatte di preferenza a spese della ricchezza statica, anzich della ricchezza dinamica", della ricchezza cio che non produce anzich della ricchezza che produce. Non siamo invece pi d'accordo col presidente stesso quando mostra di credere che basti l'applicazione di nuove tasse in base a questo criterio per ristabilire un sano equilibrio economico.
"Lo ripetiamo ancora una volta: per raggiungere questo scopo  necessario procedere ad una oculata ed intelligente ma coraggiosa e vasta espropriazione parziale, equivalente presso a poco alla totalit del debito pubblico. In conclusione quella che noi vediamo come ineluttabile  una vera e propria rivoluzione, che non ha i caratteri caotici e puramente distruttivi del bolscevismo, in quanto tiene prima di tutto conto delle esigenze economiche e della realt sociale, ma radicale e profonda quanto pu esserlo una rivoluzione che intenda la convenienza di demolire l'edificio sociale in tutte le sue parti disadatte alle occorrenze dei tempi nuovi, conservando appena quel tanto che si dimostra veramente indispensabile.
" da questo punto di vista, che mentre guardiamo coraggiosamente l'evento impostoci dalla guerra, noi ci sentiamo pervasi dal dubbio che le classi dirigenti - le quali hanno dimostrato e dimostrano una cos scarsa comprensione della incombente fatalit storica - sieno capaci di intendere la necessit assoluta dei gravi sacrifici necessari per salvarsi e per salvare, con se stesse, la civilt. Ma ci non deve impedirci di esporre con tutta la franchezza possibile il nostro parere, anche se ci avvenga di passare per dei bolscevichi appena mascherati presso i conservatori ciechi e volontariamente ignari nel loro chiuso egoismo; e per dei conservatori presso i bolscevichi ossessionati dalla visione di uno sconvolgimento generale e suggestionati da quel che avviene nell'Oriente europeo.
"In un prossimo articolo diremo dunque quale carattere e quale estensione dovrebbe avere l'espropriazione che noi riteniamo indispensabile, per ricondurre alla norma l'economia del mondo e per non disseccare le fonti stesse della produzione, alimentandole anzi di nuove e pi ricche linfe in modo da assicurare a tutti i produttori una vita pi degna e pi umana".
Nell'attesa di questo secondo articolo che conterr le necessarie "precisazioni", ci limitiamo a constatare che anche attorno a questo postulato le idee camminano, s'incontrano e finiranno per trionfare.
                                                                                                             MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 128, 12 maggio 1919, VI.
 [L'ADRIATICO E IL MEDITERRANEO]
Mussolini parl da prima di Fiume, del suo diritto, della sua italianit, della sua volont. Mise in luce la verit della nostra rivendicazione, alla quale si contrapponeva la menzogna democratica dell'idolo infranto, di colui che armato di teorie evangeliche aveva sedotto le turbe per rivelarsi poi un emissario dell'affarismo d'oltre Atlantico. Le sorti di Fiume erano forse gi decise dal sinedrio di Parigi, ma nessuna forza poteva contrastare n annullare. il giuramento della citt che con il voto dell'annessione aveva legato indissolubilmente il suo destino all'Italia. Il popolo italiano aveva un palpito solo: Fiume, e una volont sola: l'annessione; e la nazione avrebbe saputo affrontare ancora una guerra per la redenzione di Fiume. Come nel maggio 1915 si grid "guerra o repubblica", e fu guerra, cos ora si grida "Fiume o morte", e sar Fiume. Ma la parte centrale del discorso fu dedicata all'Italia e alla sua missione nel Mediterraneo e nell'Oriente. Mussolini tracci con scultoria parola la fortunata posizione geografica dell'Italia nel Mediterraneo. Basta dare uno sguardo alla carta geografica per comprendere la verit assiomatica di quest'asserzione. A eguale distanza fra l'equatore e il polo, l'Italia occupa il centro del Mediterraneo, che  il pi importante bacino della terra. Di forma slanciata e nervosa, gittata come un ponte tra due continenti, essa partecipa al dominio del Mediterraneo, che  la grande via commerciale tra l'Occidente e l'Oriente. La configurazione, lo sviluppo litoraneo, la correttezza di linee la mettono in una condizione veramente privilegiata per cui l'Italia  destinata ad essere la dominatrice del Mediterraneo; ed  certo che, riconquistato dopo duemila anni il gran vallo della muraglia alpina, essa si riaffaccer al Mediterraneo da cui in ogni tempo le vennero prosperit e grandezza.
Noi - disse Mussolini - torniamo per necessit di cose al Mediterraneo, poich questa nostra necessit mediterranea  insita nella ragione di essere e divenire,  ingenita nella forza e nell'avvenire d'Italia. Si pu dire che questa necessit mediterranea  nella natura delle cose, poich rappresenta non solo il diritto di quaranta milioni di italiani, di avere libero il campo naturale della sua immancabile espansione, ma la logica dell'Italia vittoriosa che vuol avere libere le vie della sua legittima ascensione e la sua giusta parte negli atti e nei gesti in cui  il lievito della nuova storia.
Ma per realizzare questo disegno bisogna essere forti; e dopo aver rilevato la preminenza naturale della nostra terra, addit con stile rude la nostra inferiorit e la nostra debolezza nel mare in cui altri ostenta smisuratamente la propria forza. Basta considerare la posizione dell'Inghilterra e della Francia - oltre che Gibilterra, Malta e Suez - per stabilire una condizione di vantaggio che gli altri tengono rispetto all'Italia. Sopra queste basi va impostato il problema politico e militare del Mediterraneo. Questo  il punto di partenza nella valutazione di tutti gli elementi, il cui esame porter a conclusioni importanti nella impostazione del problema mediterraneo, sia per quel che riguarda l'aumento della nostra potenza navale, sia per l'apprestamento di nuove basi.
Queste necessit, sentite in alto e in basso, danno la sensazione precisa che noi torniamo alla realt dalla quale per forza di cose siamo vissuti fuori, in questi ultimi decenni, fino a ieri, fino a che la grande guerra, risolto globalmente il problema adriatico e il problema alpino, ci ha risospinti nel Mediterraneo, dove un nuovo ordine di valori politici si  stabilito nelle posizioni reciproche che non possono pi avere oggi lo stesso valore e la stessa proporzione che avevano prima della guerra.
Una cosa  certa: che l'Italia ha ormai il suo peso nella bilancia del destino europeo; e questo solo fatto d all'Italia il diritto di preparare tali condizioni per il futuro svolgimento della sua vita morale e materiale da non pregiudicare per un lungo ordine di anni la sua salute e la sua ascensione. Queste condizioni di maggiore prosperit e di maggiore grandezza si determineranno fatalmente nel Mediterraneo. Soltanto se l'Italia sar forte e possente sul mare porter il simbolo e il segno del nuovo ordine e della nuova storia e sar capace di foggiare con le sue mani il suo nuovo pi grande destino.  bene fissare nella coscienza italiana questa evidente verit.
L'ora dell'Italia non  ancora suonata, ma deve fatalmente venire. L'Italia di Vittorio Veneto sente l'irresistibile attrazione verso il Mediterraneo che apre la via all'Africa. Una tradizione due volte millenaria chiama l'Italia sui lidi del continente nero che nelle reliquie venerande ostenta l'impero di Roma. Se l'Italia ha conosciuta la tragedia di Adua, lo deve all'insufficienza ideale della sua politica interna ed estera, cui va attribuito il nostro insuccesso a Cipro e la nostra esclusione da Tunisi.  la democrazia che ha snaturato la missione ed ha falsato la storia d'Italia, alla quale il genio del suo popolo aveva dato il valore di attrice e direttrice della storia europea.
La coscienza dell'Italia grande e rispettata nel mondo  mancata fino dal giorno in cui con Roma conquistammo l'unit d'Italia. Nulla si doveva arrischiare, n nella politica interna n in quella estera. Nella politica interna tutta la cura era rivolta a evitare gli urti che potevano pregiudicare la pace sociale; nella politica finanziaria il supremo ideale era dato dal pareggio che doveva sovrastare a qualsiasi altra considerazione; nella politica estera vivere in pace con tutti i paesi, amici e nemici, vicini e lontani, per cui sarebbe stato follia tentare una grande impresa lontana, dato che, secondo la concezione liberale, l'Italia era impreparata e immatura per qualsiasi politica che mirasse oltre l'immediato domani.
La conquista di Tripoli rivel l'Italia a se stessa, smentendo le teorie della democrazia e abbattendo i miti della vecchia Italia, e la partecipazione italiana alla grande guerra, vinta per la vittoria delle nostre armi, distrusse le menzogne e i comodi luoghi comuni della vecchia classe dirigente che non aveva capito la grande insopprimibile forza ideale e morale della "nazione", e non aveva saputo comprendere e contenere nel suo quadro i nuovi valori suscitati dalla guerra L'Italia, avanzando contro gli uomini del passato e contro le false teorie di marca straniera, in piena decadenza di fronte alle nuove formazioni che vogliono il loro posto al sole, ha obbedito a un comando del destino; e seguendo il suo infallibile istinto ha saputo afferrare il suo destino contro le avversit di uomini e sistemi, incapace di adeguare spirito e volont alle necessit dell'ora. Oggi ancora si cerca, come un tempo, di fuorviare la nazione, di smarrirla, di perderla; ma essa, superando il dramma che la travaglia, sapr ritrovare se stessa. L'Italia attravers momenti di profonda depressione, ma si riebbe sempre riconquistando il suo posto di maestra di vita e di civilt; conobbe s le ore tristi, ma non conobbe mai la tenebra. La crisi che essa oggi attraversa sar un'altra esperienza, dura cruenta esperienza; ma la nazione torner vittoriosa alla sua missione. Nulla  inutile nella storia, nemmeno gli errori e le esperienze negative. Ci che sta come una verit tangibile e intangibile - e che si vuol negare appunto perch esiste -  la nazione, la quale gi avverte i fremiti di una vita nuova che sta per esplodere in una grandezza che solo il genio italiano sa concepire e realizzare in una conquista per l'umanit. La guerra libica non fu che una premessa per la nostra affermazione mediterranea; la partecipazione italiana alla guerra europea  la certezza del nostro ritorno in Africa.
Questo nell'ordine esterno. Nell'ordine interno l'Italia deve prima saper conquistare se stessa. Ecco il compito del fascismo che sta diventando l'anima e la coscienza della nuova democrazia nazionale. Ecco la missione del movimento che deve penetrare nella massa - oggi inerte, opaca, senza ideali e senza fedi - per portarla alla coscienza di se stessa, alla coscienza di nazione. Ma il movimento fascista dovr prima spazzare la via da tutti quegli ingombri - uomini e sistemi - che ostacolano l'ascesa del Governo italiano. Non sar la sparuta e fiacca classe di governo a dire la parola che il popolo attende: essa ha esaurito il suo compito semplicemente perch ha esaurito se stessa. La grande prova della guerra l'ha squassata e abbattuta. Non sar il logoro e screditato regime parlamentare a rinnovare la nazione che vuol vivere ed espandersi. Non saranno le dottrine liberali, democratiche, socialistiche a ridare al popolo italiano la coscienza del suo valore per la vita della nazione.  il movimento fascista - movimento squisitamente rivoluzionario - fatto di realt e di verit, di impeto e di fede che far valere il diritto del popolo italiano e condurr la nazione a pi alti destini; e quando il fascismo avr convinto le masse della bont della causa e della santit della lotta che non per un partito combatte, ma per il bene supremo della nazione, il popolo italiano sar l'artefice diretto della propria fortuna. Non le classi, non i partiti, non i dogmi idioti, ma il lavoro sar l'animatore e il propulsore della nuova vita italiana, cio le generazioni uscite dalla guerra e dalla vittoria che nelle trincee hanno consacrato il loro diritto a non esser pi fatica ma orgoglio e conquista di uomini liberi nella patria grande entro e fuori i confini.
La marcia di chi ha spinto il paese alla guerra e l'ha portato alla vittoria non si ferma a Vittorio Veneto e non si arresta al Brennero e al Carnaro. La marcia riprende e va oltre perch non tutte le mete sono state raggiunte. Si tratta di trasformare la vita italiana secondo le idealit che animarono l'intervento e generarono la vittoria. Non basta la vittoria delle armi;  necessaria la vittoria dello spirito se vogliamo rinnovare la nazione per lanciarla sulla via del suo pi grande imperiale destino.
Sar questa la premessa della nostra affermazione nel mondo. L'Italia deve apparire - e apparir - come un blocco granitico di volont, con un volto e un'anima sola, protesa nello sforzo di mutare il suo destino, se il destino, che le potenze satolle credono di consolidare e perpetuare in una pace ingiusta e in un equilibrio antistorico, volesse mantenerla nei suoi angusti confini, senza possibilit di uscire dal cerchio che soffoca la sua vita e impedisce il suo libero sviluppo. N la conferenza di Parigi, n Wilson, n i trattati potranno ostacolare la nostra ascesa e decretare la paralisi della storia. Ma chi vuol ascendere deve fidare unicamente nelle proprie forze.
La conferenza della pace, che sta ammassando errori su errori, gravidi di conseguenze per il prossimo avvenire, vorrebbe immobilizzare la storia e consolidare di fronte all'Italia le posizioni di predominio dell'Inghilterra e della Francia anche l dove i nostri interessi vitali risulterebbero, per tale politica - cosiddetta di pace - lesi e offesi. Questo non  e non sar possibile. L'Italia ha una massa demografica imponente, ha una vitalit senza limiti, ha una grande storia, ha la sua parte direttrice nel mondo, e nessuno potr sbarrare al popolo italiano, in continuo divenire, il suo immancabile cammino verso la grandezza. Anche per questo aspetto l'atteggiamento della conferenza della pace  semplicemente assurdo perch antistorico, e iniquo perch immorale.
Ha detto giustamente Fiume che la storia scritta col pi generoso sangue italiano non si arresta a Parigi. Vi  in questo avvertimento la rivelazione dell'istinto storico di tutto il popolo che, uscito vittorioso da una guerra sanguinosissima, si sente insoddisfatto, e chiede spazio per i bisogni elementari della sua esistenza, e posto nel mondo per compiere la sua missione di civilt. L'Italia pi che nessun altro popolo ha questo diritto, poich essa, che con l'Impero romano e il rinascimento ha creato la civilt moderna, ha ancora da dire per la terza volta la sua parola di luce che rappresenter un'idea di valore universale.

Riassunto del discorso pronunciato a Fiume, al teatro "Verdi", la sera del 22 maggio 1919.
 PER UN'AZIONE POLITICA
(Per telefono dal nostro Direttore).
Il congresso dell'Associazione nazionale dei combattenti  stato travagliato da alcune sedute di crisi che pareva dovessero, dopo l'esordio vibrante e caldo della seduta inaugurale, comprometterne gravemente le sorti.
Il fenomeno, che pu apparire oscuro ai profani, ha invece cause molto semplici e si riassumono in una sola: nell'atteggiamento a volte ambiguo, a volte dittatorio del Comitato centrale. 
Gli uomini di questo Comitato volevano fare il "loro" congresso, non gi il congresso dei combattenti. Volevano che il congresso si svolgesse secondo il loro piano e che prendesse decisioni gradite a quei signori. A sentire questi capi, l'Associazione dei combattenti doveva atteggiarsi a verginella che ha paura di tutte le seduzioni. 
Questi signori pretendevano di continuare a covare la loro creatura, pretendevano di tenerla chiusa in una serra ben calda e riparata da tutte le influenze dell'esterno mondo. La loro mentalit, la mentalit del Luzzatto e dei Mira, conduceva a questa tendenza. Volevano tenere sotto tutela l'Associazione o farne un loro monopolio.
Il congresso, dopo le manovre grossolane e le pastette quasi giolittiane di luned, ha capito il giuoco oscuro e per quanto i partecipanti siano nel loro complesso nuovi a queste manovre, hanno violentemente reagito e schiacciato l'opposizione del Comitato centrale. Il quale ha dovuto rimangiarsi la sospensiva camorristicamente proposta e accettare l'inversione dell'ordine del giorno con la precedenza alla discussione sull'azione politica. 
La quale  stata impostata dal relatore Zavattaro con un lucido e dettagliato discorso. Io non so se lo Zavattaro sia inscritto a qualche Fascio di Combattimento, ma posso affermare che egli si muove su un terreno tipicamente fascista e che in lui si rivela lo spirito fondamentale e animatore del fascismo. 
Il fascismo  antipartito e come tale non ha pregiudiziali di sorta. Questo fatto ci  stato acremente rinfacciato dai soliti fossili, ma sentite come lo Zavattaro si esprime quasi con le nostre stesse parole:
"Noi sentiamo - egli dice - di aver superato ogni e qualsiasi pregiudiziale monarchica o repubblicana, clericale o anticlericale; sentiamo il dovere di ricostituire tutto quello che la guerra ha sorpassato, ricordando che il problema necessario per l'Italia  l'epurazione, l'opposizione contro tutte le corruzioni e tutte le camorre e quindi la diffusione di una nuova educazione politica e sociale.
"Per ottenere con mezzi pi semplici il nostro intento, deporremo sulla soglia della nostra Unione tutti i vecchi bagagli politici e, superando le usate pregiudiziali, faremo nostri alcuni grandi problemi di ricostituzione nazionale e, con la duplice azione di controllo e di sostituzione a poteri e agli organi statali, ne affretteremo la rapida ricostituzione".
Le basi dell'azione politica che i combattenti dovranno svolgere sono tre.
Primo: Risanamento della vita politica nazionale, che pu essere fatto solo dai combattenti che tornano, dopo quattro anni di guerra, moralmente sani e purificati dai sacrifici e dalle fatiche spese per la salvezza del paese.
Secondo: Audaci riforme sociali.
Terzo: Carattere nazionale, perch la nostra azione deve avere per fine supremo la salute del nostro paese, annegando le ideologie internazionalistiche, rivelatesi al di fuori della realt politica europea e mondiale.
Confrontando pi da vicino, analiticamente, i postulati elencati dallo Zavattaro e quelli che formano il programma d'azione dei nostri Fasci, si trova che la loro identit  assoluta, tanto sostanzialmente che formalmente.
I Fasci vogliono le elezioni a smobilitazione compiuta, col nuovo sistema dello scrutinio di lista e della rappresentanza proporzionale e questo  il primo punto del programma presentato dal relatore Zavattaro all'assemblea nazionale dei combattenti.
Nel programma dei Fasci  detto che l'assemblea nazionale, la quale uscir dalla grande consultazione popolare, dovr all'inizio dei suoi lavori decidere circa la costituzione del regime e lo Zavattaro, nella sua relazione, dice testualmente che "il parlamento, cos eletto, vera espressione della volont del paese, riprender in esame la Carta Costituzionale del 1821".
Noi fascisti andiamo un po' pi in l, noi vogliamo il voto alle donne e la loro eleggibilit, vogliamo abbassata il limite di et per l'elettorato a 18 anni e per la eleggibilit a 25.
L'abolizione del Senato  domandata dai fascisti e dai combattenti. Noi vogliamo accanto all'Assemblea nazionale legislativa il Consiglio nazionale dell'economia e lo Zavattaro accetta questo punto di vista e propone di sostituire al Senato "i Consigli elettivi del lavoro dove siano rappresentate tutte le categorie di produttori e di lavoratori che costituiscono i legittimi valori della moderna civilt".
Per il problema finanziario, fascisti e combattenti sono in perfetto accordo. Noi vogliamo un'imposta progressiva straordinaria sul capitale, la revisione dei contratti per forniture di guerra, la confisca dei sopraprofitti, tasse gravi sulle eredit, confisca dei beni ecclesiastici; e i combattenti, nella relazione di cui ci occupiamo, chiedono come postulato fondamentale "la decimazione immediata del capitale superiore a lire centomila".
Anche sul problema militare fascisti e combattenti procedono sullo stesso terreno. Cos dicasi della politica estera e del movimento agrario.
Sulle minori riforme che verranno attuate dalla nuova classe dirigente non v' discussione. Tutti convengono che la scuola, la burocrazia, la giustizia sono istituzioni che devono essere rimesse all'altezza dei nuovi tempi.
Quando i Fasci, nella loro memoranda adunanza del 23 marzo, delinearono il grande programma di agitazione e di realizzazione non mancarono i soliti imbecilli o incoscienti della corsa al pi difficile che ci gabellarono per reazionari, forse perch nascemmo con un voto antirinunciatario che non ammetteva equivoci.
Ora, dopo pochi mesi di vita, deve essere motivo di grande soddisfazione per i fascisti italiani constatare questa coincidenza fra il programma dei Fasci e il programma prospettato ai combattenti per la loro azione politica.
La relazione Zavattaro, salvo inevitabili modificazioni di dettaglio, diventer la parola d'ordine dei combattenti italiani. I fascisti sono in buona compagnia e, ci sia o no intesa formale o contatto occasionale, poco importa. L'essenziale  il programma comune, animato dalle stesse idee eminentemente costruttrici e anti-pregiudiziaiole.
Gli applausi e i consensi che hanno accolto la relazione dello Zavattaro sono sintomatici ed eloquentissimi. In questi giorni una nuova, immensa forza morale e numerica prende posizione nel campo della politica nazionale. Si vedr fra qualche tempo l'importanza di questo avvenimento. Se i combattenti lo vogliono, essi possono determinare i futuri destini della Nazione.
                                                                                                               MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 172, 25 giugno 1919, VI.
 IL "FASCISMO"
(Per telefono dal nostro Direttore)
ROMA, 2.
Per valutare nella giusta misura l'importanza sempre pi grande del movimento dei Fasci Italiani di Combattimento, bisogna ricordare ch'essi sono nati il 23 di marzo, nella prima adunata di Milano. Bisogna ricordare ancora che a quella adunata intervennero soltanto gli interventisti non rinunciatari e gli altri che non intendevano e non intendono accodarsi - Maddaleni pentiti - al carro del Pus. L'adunata del 23 marzo fu anti-rinunciataria e antipussista. Sono passati tre mesi e si pu affermare - senza cadere nel bluff cos caro alla tattica bagolistica degli altri gruppi e partiti - che il movimento dei Fasci di Combattimento si  imposto all'attenzione pubblica ed , oggi, la forza pi viva, pi audace, pi rinnovatrice, pi rivoluzionaria, non nel senso bestiale dei vandeani, che ci sia in Italia. All'infuori del Partito Socialista, che pretende di possedere il monopolio esclusivo della piazza, non ci sono altri gruppi o partiti di quelli segnati nei vecchi cataloghi che osino scendere in piazza. I Fasci di Combattimento contendono al Pus questo privilegio e nella recente agitazione anti-nittiana sono stati i fascisti di Torino, di Milano, di Roma e di altre citt quelli che, fra il passivismo di tutti, hanno agitato e scosso il popolo italiano. 
L'attivit di alcuni Fasci, citiamo ad esempio quello di Torino,  semplicemente meravigliosa. Governo e pussismo, bolscevismo dall'alto e bolscevismo dal basso in tutto ci che faranno e non faranno dovranno tener conto dei Fasci di Combattimento. Non , forse, prematuro esaminare i motivi che hanno provocato questa rapida ascesa, questo trionfale sviluppo del Fascismo, malgrado l'aperta ostilit e la perfida malignazione di certa piccola gente invasata a freddo di rivoluzionarismo letteraloide. Trattasi di gente che non ha mai condotto folle in piazza e che oggi  rivoluzionista semplicemente per questione di concorrenza. Il Fascismo  un movimento spregiudicato. Esso non ha sdegnato di prendere contatto con uomini e con gruppi che l'idiota filisteismo dei benpensanti ignorava o condannava. La gente mediocre ha sempre affettato di "non prendere sul serio" il futurismo; ora, a dispetto di questa gente, il capo dei futuristi, Marinetti, fa parte del Comitato Centrale dei Fasci di Combattimento. Gli Arditi hanno subito in questi ultimi tempi due diffamazioni: quella di coloro che li avrebbero voluti sfruttare e quella dei vigliacchi che sbandieravano ogni delitto comune commesso da Arditi o falsi Arditi. Ora, a dispetto dei calunniatori e dei fifoni, uno dei capi dell'Arditismo in Italia, il capitano Vecchi, fa parte del Comitato Centrale dei Fasci. Il Fascismo ha preso altri contatti con l'Associazione dei volontari di guerra, il Fascio popolare di educazione sociale e alcune organizzazioni minori di combattenti, come l'U. N. U. S; l'Italia redenta, la Zona operante. Tutti questi contatti, quali d'ordine locale, quali d'ordine nazionale, non hanno condotto a stipulazioni formali, a nessuna di quelle intese protocollate che ripugnano allo spirito del Fascismo. L'essenziale  di sapere che tutte queste forze possono essere utilizzate per uno scopo comune.
Per le eterne ostriche della pregiudiziale, apparve come inaudito che i Fasci non avevano pregiudiziali di sorta. Non si vuole capire che il Fascismo cessa di essere tale non appena si scelga una pregiudiziale. Il Fascismo pregiudiziaiolo diventa un Partito. I Fasci non sono, non vogliono, non possono essere, non possono diventare un partito. I Fasci sono l'organizzazione temporanea di tutti coloro che accettano date soluzioni di dati problemi attuali. Poich abbiamo rifiutato di caricarci le spalle con l'inutile fardello di una qualsiasi pregiudiziale, i melanconici "scagnozzi", come dicono a Palermo, della pregiudiziale, ci hanno abbaiato dietro l'appellativo pauroso e massacrante di reazionari. Noi, i reazionari! Il guaio  che il numero di questi "reazionari", invece di diminuire, aumenta. Nel recente congresso dell'Associazione Combattenti  stato approvato un programma che non ammette pregiudiziali. Il presentatore di questo programma, lo Zavattaro, ha dichiarato ripetutamente ch'egli non accetta pregiudiziali, n monarchiche, n repubblicane, n cattoliche, n anticattoliche. Una domanda ci sale alle labbra e noi la rigiriamo a certi signori: che sia, dunque, un covo di reazionari novantotteschi l'Associazione nazionale dei combattenti?
Il Fascismo  anti-accademico. Non  politicante. Non ha statuti, n regolamenti. Ha adottato una tessera per la necessit del riconoscimento personale, ma potendo ne avrebbe volentieri fatto a meno. Non  un vivaio per le ambizioni elettorali. Non ammette e non tollera i lunghi discorsi. Va al concreto delle questioni. Poteva darsi un programma di almeno quindici punti, come quello repubblicano, o di quindicimila punti come quello pussista o pipista (P.P.I.). Poteva elencare le cento piaghe d'Italia e metterci accanto il relativo rimedio pi o meno eroico. Poteva darsi delle arie truculente per la galleria popolare. Lascia questo apparato demagogico a coloro che cercano ogni mezzo per far dimenticare o farsi perdonare l'interventismo di una volta. Ha limitato il suo programma a pochi punti essenziali e di immediata attuazione. La riforma elettorale, l'espropriazione delle ricchezze, i consigli nazionali economici. Questa  la novit interessante del programma fascista: la rappresentanza integrale. Per le rivendicazioni d'ordine proletario, il Fascismo  sulla linea del sindacalismo nazionale, rappresentato dall'Unione Italiana del Lavoro. Anche qui delle due l'una: o noi siamo reazionari e allora lo  anche l'Unione Italiana del Lavoro della quale accettiamo il programma, o l'Unione non  reazionaria e allora - questa constatazione lapalissiana ci intenerisce! - non lo siamo nemmeno noi. Aggiungiamo ancora che il Fascismo non solo non osteggia, ma fiancheggia, sul terreno professionale, anche l'azione della Confederazione Generale del Lavoro, poich il Fascismo  antipussista, ma essendo produttivista, non pu essere e non  antiproletario. 
Il Fascismo  un movimento di realt, di verit, di vita che aderisce alla vita.  pragmatista. Non ha apriorismi. N finalit remote. Non promette i soliti paradisi dell'ideale. Lascia queste ciarlatanate alle trib della tessera. Non presume di vivere sempre e molto. Vivr sino a quando non avr compiuto l'opera che si  prefissa. Raggiunta la soluzione nel nostro senso dei fondamentali problemi che oggi travagliano la nazione italiana, il Fascismo non si ostiner a vivere, come un'anacronistica superfetazione di professionali di una data politica, ma sapr brillantemente morire senza smorfie solenni. Se la Giovent delle trincee e delle scuole accorre ai Fasci (il Fascio giovanile romano di combattimento conta gi parecchie centinaia di soci) gli  perch, nei Fasci, non c' la muffa delle vecchie idee, la barba veneranda dei vecchi uomini, la gerarchia dei valori convenzionali, ma c' della giovinezza, c' dell'impeto e della fede. Il Fascismo rimarr sempre un moto di minoranze. Non pu diffondersi all'infuori delle citt. Ma fra poco ognuna delle trecento principali citt d'Italia avr il suo Fascio di Combattimento e l'imminente adunata nazionale raccoglier nell'armoniosa e libertaria unit dell'azione questo formidabile complesso di forze nuove.
                                                                                                             MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 180, 3 luglio 1919, VI.
 LO SCIOPERISSIMO
(Per telefono dal nostro Direttore)
BOLOGNA, 11.
I ferrovieri italiani, e mi piace di insistere su questa parola "italiani", sciopereranno veramente il 20 e 21 luglio prossimo? Mi rifiuto di credere fino a quando non vedr i treni fermi sui binari della stazione o lungo la linea. Un amico ferroviere che conosce l'ambiente mi assicura che il 70 per cento dei ferrovieri italiani si rifiuter di compiere un gesto che si risolverebbe in un vero e proprio tentativo di affamamento e di assassinio della nazione, e quindi di tutto il popolo italiano.
 indubbio per che il residuale 30 per cento di ferrovieri, probabilmente aderente allo sciopero, potrebbe sconvolgere il nostro servizio ferroviario. 
 tempo di dire una parola brutalmente sincera ai ferrovieri e ci sentiamo in diritto e in dovere di dirla noi che abbiamo sempre e con disinteresse assoluto propugnato le giuste rivendicazioni di quella classe. Che gli altri tacciano non importa: noi soli, non avremo la coscienza inquieta domani. Il Comitato Centrale del Sindacato dei ferrovieri ha diramato un documento pietoso nella forma e nella sostanza: sembra ed  prosa stillata da un gruppo di gesuiti che non sentono quello che scrivono. Non  uno squillo di guerra:  un comunicato contorto e leguleio, un rag di cose disparate, antitetiche e false. Anzitutto bisognerebbe domandare a questi signori con quale Russia, con quale Ungheria vogliono solidarizzare.  col Governo di Mosca o di Budapest? O col proletariato di quelle due nazioni che  in lotta contro il Governo, che si ribella, che fa scioperi contro quei Governi cosiddetti socialisti?  stato o non  stato pubblicato dalla Critica Sociale di Filippo Turati l'appello straziante di 120 mila operai di Pietrogrado contro la barbarica tirannia comunista? Se si tratta di manifestare in favore di coloro che dalla autocrazia dei barbari sono caduti, come dice Gorki, in balia della autocrazia dei selvaggi, ci stiamo anche noi. Ma se si tratta di solidarizzare coi selvaggi, no! 
Ma il Comitato Centrale dei ferrovieri aggiogato al carro pussistico non bada a queste fondamentali distinzioni ed invita i ferrovieri allo sciopero.  enorme! I ferrovieri sono stati interpellati? No! Sono iscritti alla Confederazione Generale del Lavoro e quindi tenuti ad osservare gli ukase? Nemmeno! Il Sindacato  ancora autonomo. Stabilito tutto ci noi invitiamo i ferrovieri coscienti a disubbidire e a non prestarsi ad una speculazione politica che non ha pi senso n giustificazione. 
I postulati per il raggiungimento dei quali lo sciopero generale venne da principio prospettato, sono in Italia raggiunti da tempo. La Francia repubblicana ha ancora censura e stato d'assedio. L'Italia monarchica non ha mai avuto il secondo, ed ha abolita la prima. D'altra parte le masse operaie devono convincersi che la rivoluzione non migliorerebbe n subito n per molto tempo in seguito la loro attuale condizione. Qualsiasi Governo estremista non potrebbe diminuire ulteriormente la giornata di lavoro: forse le otto ore diventerebbero nove o dieci.
N aumentare oltre un certo limite i salari. Due grandi rivoluzionarie riforme sono in cantiere e passeranno: la riforma elettorale e la falcidia delle ricchezze. Una rivoluzione socialista a base di dittature pussistiche non potrebbe fare di pi. Il suo unico risultato sarebbe quello di portare al caos totale la gi difficile situazione odierna. 
Che lo sciopero ferroviario sia da considerare come un mero e proprio crimine di lesa nazione, risulta dalle parole del segretario del Sindacato dei ferrovieri francesi:
"Noi ferrovieri - egli ha detto - non vogliamo metterci al rimorchio di politicanti irresponsabili, n di estremisti. Ci viene imposto uno sciopero di ventiquattro ore? Lo faremo. Ma vi prevengo che sar quel che sar. I ferrovieri ne hanno abbastanza dei politicanti e d'altronde hanno ottenuto soddisfazione alle domande circa gli aumenti di salario e l'applicazione delle otto ore di lavoro".
La stessa soddisfazione hanno ottenuto i ferrovieri italiani tanto che essi stessi hanno dovuto riconoscere che le concessioni governative erano state soddisfacenti. Un pretesto decente di ordine sindacale per lo sciopero dei ferrovieri non c'. Avremo dunque 48 ore di soppressione del servizio? Il segretario del Sindacato dei ferrovieri francesi, interrogato sulle conseguenze, ha dichiarato testualmente che il disordine di uno sciopero di sole 24 ore durer almeno quindici o venti giorni.
Fatti i debiti raffronti si pu affermare che se uno sciopero di sole 24 ore in Francia, dove le ferrovie marciano molto meglio che da noi, paralizzer la vita nazionale per venti giorni, uno sciopero di 48 ore in Italia equivarr, dal punto di vista dell'economia interna, ad una immensa catastrofe. Un aggravamento indefinito della crisi dei trasporti, in questo momento, significa precipitare il paese nella carestia.
Il discorso Murialdi non permette illusioni. Siamo dinanzi ad una vicina terribile realt: la fame! Se malgrado ci i ferrovieri sciopereranno, si preparino a subire l'inevitabile repressione dello Stato, che in tale materia pu imitare le procedure del socialista Noske. E non si lagnino se la Nazione aggiunger la sua alta riprovazione politica e morale ad un gesto insensato da tutti i punti di vista, compreso in prima linea quello proletario.
                                                                                                           MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 189, 12 luglio 1919, VI.
 AURORA!
Io saluto un'aurora.
La saluto con commozione trepida e ardente di speranze.
Saluto a gran voce l'aurora del giorno che segna l'inizio del riscatto del proletariato italiano dall'immonda speculazione "borghese" dei politicanti socialisti.
Coloro che hanno dato il buon esempio sono stati i ferrovieri. Il Comitato centrale, quando ha visto che da Roma a Taranto, da Torino a Pisa, folle imponenti di ferrovieri si rifiutavano di assassinare la nazione, cio il popolo italiano, il Comitato centrale, che aveva decretato, senza menomamente interrogare la massa, lo sciopero, si  ritirato in buon ordine e ha lanciato l'appello per la sospensione del movimento.
La rivolta  venuta dal basso. I capi pussisti e confederali sono stati sorpresi. Non lo credevano. Noi ci vantiamo di fronte alle mistificazioni pussiste e a certe dedizioni vili e incomprensibili dell'ultima ora, ci vantiamo di aver dato una voce - con questo giornale d'acciaio - all'anelito profondo di liberazione che scuote il petto della parte migliore della massa operaia.
Non sono pi un esiguo numero gli operai che sono stufi di essere sfruttati, letteralmente sfruttati, in ogni senso sfruttati, da un'associazione di professionisti della politica che si credono buffamente autorizzati e capaci di largire la felicit all'intero genere umano.
C' un'insurrezione di minoranze proletarie, contro il Partito politico socialista, diventato leninista. La cronaca di questi mesi  tutta una serie di disastri operai. Lo sciopero dei lanieri di Biella si  chiuso miseramente. Quello dei metallurgici napoletani peggio ancora. L'intromissione del Partito politico nella vita del sindacato operaio  esiziale e distruttiva. Oggi sono i ferrovieri che iniziano il movimento di riscatto, domani saranno altre categorie. Andiamo - sotto la dura, implacabile lezione degli avvenimenti - verso quella forma di associazione economica che io ho sempre vagheggiato e il cui statuto pogger su queste basi: 1. Soppressione del funzionarismo e degli stipendi; 2. Federalismo e autonomia; 3. Autodecisione nel senso che nessun movimento potr essere iscenato senza un preventivo, regolare referendum; 4. Indipendenza assoluta da tutti i partiti politici e gruppi e sette e congreghe vecchie e nuove, compresi, si capisce, i Fasci di Combattimento.
Quest'organizzazione non  pi un ideale lontano. La sua realizzazione  avvicinata da tutto ci che accade in questi giorni. I proletari non vogliono pi servire. Hanno ragione. Ma devono rifiutarsi di servire anche i borghesi e semiborghesi del Partito Socialista.
Noi affermiamo che col loro atteggiamento - a prescindere dal contegno dei capi - i ferrovieri hanno bene meritato della nazione. 
La nazione lo ricorder.
Se domani i ferrovieri volessero dar prova della loro alta coscienza e della loro capacit tecnica, chiedendo in esercizio cooperativo l'azienda statale ferroviaria, noi non ci opporremmo.
Infine proclamiamo altissimo e fortissimo che non ci opponiamo allo sciopero per salvare quello che non ci appartiene e non ci riguarda, ma semplicemente per salvare, colle fortune della Patria, l'avvenire del proletariato italiano.
Moltissimi socialisti in buona fede, ma che non osano farsi vivi, mordono il freno e in cuor loro sono pienamente con noi.
Non  in questo momento, con una nazione che ha i viveri per dodici giorni, con una nazione che sta battendosi disperatamente a Parigi per farsi largo nel mondo fra le cupidigie della plutocrazia internazionale cui tengon bordone in atteggiamento di passiva e attiva complicit i proletari dei paesi pi ricchi, non  in questo momento che si pu tentare impunemente la corsa al caos.
No. Il popolo italiano ha il diritto e il dovere di essere grande e malgrado tutto e tutti lo sar.
                                                                                                            MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 195, 18 luglio 1919, VI.
 
 NOI E LORO

Questo processo alla guerra italiana, incominciato con diversi atteggiamenti, ma con identici obiettivi, da tutti gli uomini che osteggiarono l'intervento, interessa noi, interventisti di sinistra, che trascinammo le masse nel maggio "radioso", sbaragliando la coalizione social-boche e determinando il fatto nuovo? Se si fa il processo alla guerra, noi, che la volemmo e non ci pentiremo mai di averla voluta, siamo trascinati in causa; ma se il processo  intentato contro la condotta diplomatica, militare, politica, economica della guerra, noi ci vantiamo di avere "preceduto" quasi tutti coloro che oggi fungono da implacabili pubblici ministeri, perch non abbiamo mai trovato di nostro piacimento il "modo" con cui la guerra  stata condotta. Noi non abbiamo mai solidarizzato coi Governi di questi ultimi anni. La distinzione fra necessit della guerra e "modo" di essa, non  leguleia o sofistica, ma  essenziale. Finch gli attuali critici stampaioli e pussisti non ci abbiano dimostrato che la guerra italiana non poteva essere condotta in modo diverso, noi restiamo in una posizione polemica e politica fortissima. E ancora resta a chiedersi, se pur essendo matematicamente sicuri (e nessun mortale poteva avere questa suprema certezza nel maggio 1915) che la guerra sarebbe stata condotta com' stata condotta, resta a chiedersi - dico - se il permanere della neutralit non ci avrebbe trascinati a situazioni militari e politiche di gran lunga peggiori di una guerra, anche male o pessimamente diretta. Qui la nostra posizione polemica e politica diventa inespugnabile perch - malgrado il "modo" - la nostra guerra si  conclusa collo schiacciamento e colla dissoluzione dell'impero nemico.
Ci sono due punti, due estremit in questa nostra recente, tragica e gloriosa storia, che gli attuali critici non possono annullare e che rendono meschina e inutile ogni postuma speculazione.
Primo punto: l'ineluttabilit dell'intervento. Secondo punto: la conclusione trionfalmente vittoriosa della guerra. Contro questo granito, si spezzano i denti delle vipere giolittiane e degli sciacalli pussisti. Resta la critica agli uomini e ai modi della nostra guerra. La nostra guerra poteva essere "condotta" meglio? Poteva essere pi rapidamente conclusa?
Giova ricordare che i "modi" della guerra sono stati oggetto di critiche in tutti i paesi, durante e dopo. Se noi abbiamo una inchiesta sulla rotta di Caporetto, l'Inghilterra ne ha - durante la guerra - ordinate tre: una sulla spedizione dei Dardanelli, un'altra sulla condotta delle operazioni in Mesopotamia e una terza sul rovescio di Cambrai.  di ieri lo scandalo sulla mancata difesa del bacino di Briey. C' stato un momento in cui sembrava possibile che fosse trascinato in consiglio di guerra quel Joffre che - invece - ha marciato come primo dei nuovi marescialli di Francia in testa alla parata del 14 luglio.
Nei paesi vinti accade la stessa cosa. Anche la Germania, che vantava una quasi perfetta preparazione militare, non ha "condotto" la guerra senza gravi deficienze e grandissimi errori.
Chi pu onestamente affermare che se invece di Salandra ci fosse stato - putacaso - Giolitti, le cose sarebbero andate meglio? L'uomo di Dronero ha "condotto" una piccola guerra coloniale, quella di Libia; ma nemmeno Frassati pu decentemente affermare che la "condotta" della guerra libica sia stata un capolavoro d'arte diplomatica e militare.  perfettamente vero il contrario.
Noi siamo disposti ad ammettere che altri uomini avrebbero pilotato meglio la nazione in guerra. Quest'ammissione non  postuma.  stata nostra tenace convinzione dall'estate del 1915. Centinaia di articoli potrebbero dimostrarlo.  noioso e pu sembrare immodesto auto-citarsi, ma nel mio discorso del febbraio 1918 all'Augusteo di Roma, io "fermavo" gli elementi della tragedia italiana in questi termini:
"Noi, dopo tre anni di guerra, nonostante Caporetto, rivendichiamo altamente e solennemente tutto ci che di profondo, di puro, di immortale si ebbe nelle giornate di maggio.
"Ricordate! Fu appunto nel maggio 1915 che l'Italia non ebbe paura di saper morire!
"Ma allora noi commettemmo un grande errore, che abbiamo poi duramente espiato. Noi, che avevamo voluto la guerra, noi dovevamo impadronirci del potere
"Nel maggio 1915 la Nazione tutta offerse un materiale umano meraviglioso. Era un materiale umano meraviglioso quello che noi allora consegnammo a gente che faceva la guerra come si fa una corve penosa, pi tediante delle altre.
"Noi consegnammo questo materiale per una guerra che dopo venti secoli era la prima guerra del popolo italiano, a gente che non poteva comprenderla. A gente che rappresentava il passato, a burocratici che hanno versato molto, troppo inchiostro sulle piaghe vermiglie del popolo".
E la censura mi sopprimeva un accenno ai militari di professione molti dei quali, di convinzioni tedescofile, avevano "subito" la guerra...
Io affermo che noi interventisti di sinistra siamo a posto davanti al processo anti-guerresco che si va inscenando. Siamo a posto perch sull'ineluttabilit e l'utilit dell'intervento nessuno pu batterci, poich tutte le altre possibili soluzioni del problema che la coscienza italiana risolse in senso interventista sarebbero state semplicemente catastrofiche ai fini della nazione e dell'umanit. Siamo a posto, perch, malgrado la politica interna della trinit Salandra, Boselli, Orlando; malgrado la politica estera di Sonnino; malgrado la strategia di Cadorna e malgrado la propaganda e l'azione di tradimento perpetrata da molti degli odierni accusatori, la nostra guerra si  conclusa con una vittoria militare di stile e di ampiezza romana, esaltata, a suo tempo, con tirate liriche, da quegli stessi che oggi tentano infangarla e negarla. Siamo a posto, infine, perch, nei limiti impostici dalle forbici censoriali, noi abbiamo criticato la "condotta" della nostra guerra.
Il gioco degli stampaioli e dei pussisti ha uno scopo evidente. Gli uomini che hanno "condotto" con deficienze maggiori o minori la guerra, non sono il loro vero bersaglio. Si tira su di loro, ma si vuol colpire pi in l. Si vuol colpire la guerra nazionale e - in subordine - si vuol far credere che se ci fossero stati dei ministri giolittiani, dei diplomatici giolittiani, dei generali giolittiani, saremmo arrivati a Vienna in una settimana. Il che  semplicemente grottesco. Ma  anche grottesco l'anfanare di questi giudici che tentano "ridurre" una grandiosa epopea di popolo alla misura dei loro piccoli rancori e dei loro inaciditi feticismi, e si rendono squisitamente ridicoli quando si danno l'aria di fare da cassazione ai verdetti solenni e oramai inappellabili della Storia!
                                                                                                 MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 210, 3 agosto 1919, VI.
 SI CONTINUA, SIGNORI!
Quello che accade in questi giorni in Italia dev'essere considerato e valutato freddamente e storicamente come un altro episodio della guerra civile che dall'agosto del 1914 in poi ha travagliato la vita della Nazione.
In questa guerra civile che ha avuto, potrebbe avere ed avr molto probabilmente incidenti pi sanguinosi ancora di quelli passati, le vecchie divisioni politiche dell'anteguerra non esistono pi e alcune posizioni sono scomparse. Non stanno di fronte ricchi e poveri; borghesi e proletari; popolo e governo. Non  una lotta di partito, ma una lotta fra opposte mentalit, tra forze antitetiche al di sopra e al di fuori delle categorie economiche o politiche nelle quali potrebbero essere catalogate: ci sono borghesi contro altri borghesi, proletari a fianco di cosidetti borghesi che urtano contro altri proletari a fianco di altri borghesi. Il vecchio dualismo classista fra borghesia e proletariato, nel quale i dogmatici del materialismo storico vorrebbero sigillare - fatuamente! - tutta la storia del genere umano, qui si frantuma per dar posto ad un'altra antitesi non soltanto d'interessi, ma soprattutto di ideali.
Stanno in gioco le forze nazionali che si raccolgono in tutte le classi e le forze anti-nazionali che a lor volta raccolgono elementi in tutte le classi: dalla borghesia al proletariato. Le parole interventismo e neutralismo sono quelle che rivelano in sintesi la significazione di queste forze. Il neutralismo e l'interventismo sono due "categorie" che stanno al di sopra di quelle tradizionali che sino a ieri differenziavano gli individui. Il neutralismo non  fenomeno esclusivamente proletario, ma  anche borghese; cos l'interventismo non  fenomeno semplicemente borghese, come pretendono di dar a intendere i ciarlatani del Pus, ma  anche proletario.
Tipico esempio di ci, classico e memorabile esempio quello offerto dalla Camera del Lavoro di Parma, che, pur essendo composta nella sua grandissima maggioranza di contadini e di braccianti, di autentici proletari, dunque, spos nel marzo del 1915 la causa dell'intervento. La divisione di forze operanti dall'agosto del 1914 al maggio del 1915  rimasta. Non importa che la tesi della neutralit sia stata battuta; non importa che intervento e guerra e vittoria si siano effettuati, per affermare come si fa da taluni pencolanti verso il maddalenismo che i termini di interventismo e neutralismo sono oramai anacronistici e di puro valore retrospettivo. Affatto. Le parole neutralismo e interventismo sono prive di senso oggi che non c' pi da spezzare una neutralit, e provocare un intervento; ma gli aggruppamenti che attorno a quelle opposte tesi si formarono esistono sempre, per cui la denominazione di interventisti e di neutralisti  ancora di attualit.
La lotta per l'intervento non fu una bagattella insignificante come un episodio elettorale o una polemica giornalistica o una rissa interna di partito. Fu qualche cosa di pi tremendamente alto: fu la guerra invece della pace; fu il sacrificio invece del profitto; fu una "direzione" in un certo senso impressa violentemente a tutta la nostra storia, a tutta la vita del nostro popolo.
Quelli che s'impegnarono allora, sono ancora oggi impegnati perch sono ancora in sviluppo le conseguenze di quella determinazione. Chi si caric del peso dell'interventismo  destinato a portarlo tutta la vita e, viceversa, per coloro che sostennero la causa neutralista. Finch le conseguenze della decisione presa nel maggio fatidico si faranno sentire, e si faranno sentire per molte generazioni, ci potranno essere periodi pi o meno lunghi di tregua fra le due forze in conflitto, ma riconciliazione e pace, giammai, malgrado le inevitabili defezioni dall'uno all'altro campo.
Sbaragliate nel maggio del 1915, disperse nell'ottobre del 1917, quando la voce solenne di tutto un popolo si lev ad accusare i responsabili morali del disastro, battute dalla vittoria trionfale dell'ottobre 1918 e dalla rivolta popolare del 15 aprile e del 20-21 luglio 1919, le trib neutraliste muovono oggi alla riscossa. Invano! Perch le forze contrarie esistono sempre, sono sempre combattive e sanno che la lotta non potr concludersi che collo schiacciamento del nemico interno.
Non  un luogo comune questo, malgrado l'uso e l'abuso. Quell'associazione di banditi, di rammolliti, d'ingenui, di fanatici che si chiama Partito Socialista Italiano,  in realt un'associazione di italiani nemici soprattutto, sempre e dovunque dell'Italia.  un Partito anti-italiano.  un Partito che odia la nazione italiana.  un Partito che ha tentato di assassinare la nazione italiana - cio il popolo italiano - per favorire le nazioni nemiche.
A un dato momento questo Partito ha avuto il coraggio di rivendicare la sua parte di responsabilit morale nel disastro di Caporetto. L'affermazione fu fatta dall'on. Orlando in un suo discorso. Dinanzi alle infiammate proteste di alcuni deputati socialisti, l'on. Orlando dichiar che alcuni capi del socialismo avevano rivendicato "l'onore" di essere stati i complici di Caporetto. Nessuna smentita venne dagli organi direttivi del Pus.  il partito del "ben vengano i tedeschi", come si gridava a Torino; da quel partito sono usciti gli incoscienti che entrarono nel campo di Mathausen al grido di "viva l'Austria!"; appartenevano ed appartengono a quel Partito i bestiali fischiatori di Battisti, i nefandi insultatori dei garibaldini delle Argonne. Uomini di quel partito hanno inneggiato al piombo austriaco che colp Corridoni.
Tutto ci che  coraggio, audacia, eroismo  negato dalla nefanda perversit tesserata del bestiame pussista. Nemmeno dinanzi alle forche del martirio che consacrava una fede, gli uomini del Pus si sono inchinati. No. Hanno sofisticato, hanno ghignato, sbofonchiato sui cadaveri. Ieri, vigliacchi; oggi, sciacalli. Dopo aver sbeffeggiato gli eroi, oggi il pussismo fruga le tombe e porta al suo mercato elettorale i fucilati. Ignora mezzo milione di morti, fra i quali migliaia e migliaia di autentici eroi che hanno cercato e voluto il sacrificio; esibisce settecento fucilati. Uno dei quali, volontario, insegna ai pussisti che la patria non si rinnega, nemmeno quando risponde col piombo di un'esecuzione sommaria a un'offerta d'amore. Quel condannato che prima di morire grida sinceramente "Viva l'Italia!" quale terribile lezione d ai pussisti che quel grido non pronunciarono mai, come si trattasse di una turpe bestemmia. Con siffatti precedenti, inutilmente il vinattiere Zibordi tenta di ricondurre sul terreno della nazione il pussismo italiano.
E allora, si continua, signori!
Bisogna preparare nuovamente armi di ferro, armati di ferro e picchiare senza piet!
							MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 226, 19 agosto 1919, VI.
 VERSO L'INTESA E L'AZIONE
BLOCCO CONTRO BLOCCO
Gli avvenimenti che incalzano - pi ancora che il desiderio o la volont degli individui - rendono urgente e oramai indeprecabile la costituzione di quel blocco per l'intesa e per l'azione che qui ripetutamente abbiamo propugnato. La polemica di questi giorni, il tentativo social-giolittiano di "caporettare" l'Italia, di sabotare, cio, la vittoria, immergendo la nazione nell'atmosfera di una disfatta che fu - entro il circolo di dodici mesi - luminosamente e gloriosamente cancellata; le impudenti manovre di tutti coloro che ci trovammo di fronte e sbaragliammo quattro volte dal 1915 al 1919, indicano le necessit dell'ora e l'imperioso dovere per quanti vollero e hanno l'orgoglio di avere voluto l'intervento, di scendere nuovamente in campo. I repubblicani di Romagna hanno sentito immediatamente questa necessit. C' stato un periodo in cui alcuni individui - di soverchia buona fede - credettero possibile un riavvicinamento col socialismo ufficiale italiano. Oggi, questa illusione  caduta. La rivoltante campagna antinazionale inscenata in questi giorni dai socialisti italiani, ha inferto il colpo di grazia alle ingenuit di certi collaborazionisti repubblicani o - anche - socialisti riformisti. Non si pu far blocco con quella gente e nemmeno riprender contatti. Lo vieta la pi elementare decenza politica. Un solo blocco  possibile in Italia: quello fra coloro che vollero la guerra e che - oggi - riconoscono la necessit di trasformare il regime politico ed economico, con metodo, con disciplina, senza capriole pazzesche, senza scimmiottature straniere, ma con piena maturit di coscienza, con pieno senso di responsabilit morale e con obiettivo la maggiore grandezza e prosperit del popolo italiano. Queste idee hanno trovato immediata e simpatica eco in Romagna, fra l'elemento repubblicano. Lo provano gli articoli dei settimanali repubblicani: il Lamone di Faenza, la Libert di Ravenna, il Popolano di Cesena e una deliberazione importante del circolo "Mazzini" di Forl. Si tratta, ora, di trovare la formula "giuridica" per questo blocco; si tratta di stabilire i limiti e i modi della sua funzionalit; ma questo non  difficile quando l'idea di massima sia stata accettata. Blocco dunque fra gli uomini e i partiti che vollero la guerra e vogliono, oggi, la realizzazione di alcuni postulati politici ed economici. Ma perch, ci domandiamo, non potrebbero in questo blocco entrare anche coloro che la guerra non "vollero", ma che la guerra hanno "fatto" con devozione, con sacrificio, con eroismo e cio i combattenti in genere? Nel Comitato d'Intesa e d'Azione di Milano ci sono, aderenti, la sezione milanese della Associazione nazionale fra i combattenti d'Italia, la sezione degli arditi, quella dei volontari, quella degli smobilitati, quella dei garibaldini vecchi e nuovi. Perch l'esempio di Milano non potrebbe essere seguito? Perch non potrebbe sorgere entro il settembre prossimo, mese che sar, per i numerosi congressi gi annunciati, politico per eccellenza, la Federazione nazionale dei Comitati di Intesa e d'Azione per la Costituente? A ottobre, in vista delle elezioni, i Comitati dovrebbero gi essere in efficienza per partecipare alla lotta. Lotta elettorale che avr un'importanza storica eccezionale tanto che gli stessi comunisti estremisti del Pus sentono che non possono disertarla. La prossima lotta elettorale, effettuandosi con scrutinio di lista a base abbastanza larga, evita gli esibizionismi, le speculazioni e le camorre del vecchio collegio. Gli uomini scompaiono nelle lunghe liste di otto o dieci nomi. I partiti, gli aggruppamenti, le coalizioni agiscono e battagliano. Si sente, si presente che la lotta sar pi decente, pi corretta, pi morale di quelle che si svolsero sino al 1913. Si sente - anche - che gli elementi in lizza si polarizzeranno fatalmente in tre grandi coalizioni: la nostra, quella cattolica, quella socialista. La nostra pu vincere, se si prepara. La nostra pu raccogliere i suffragi di milioni di italiani. Ma - non  ozioso ripeterlo ancora una volta - non bisogna indugiare. La coalizione social-giolittiana c' gi, malgrado le volate degli estremisti, e c' gi in molti elementi clericali la tendenza a entrarvi. I migliolini dell'Azione sono perfettamente, naturalmente a posto fra l'Avanti! e la Stampa.
Malgrado ci, se noi lo vorremo, dalla prossima consultazione elettorale potrebbe uscire la condanna del pussismo italiano all'ostracismo politico. Abbiamo buone carte nel nostro giuoco e sono le ripetute mistificazioni politiche ed economiche perpetrate dal pussismo: i disastri degli scioperi economici (Biella, Napoli) e le turlupinature di quelli politici (aprile, luglio). Inoltre la campagna ripugnante di questi giorni ha gi suscitato lo schifo pi profondo nell'animo di tutti i combattenti e lo dimostra la collezione dei loro giornali.
Soltanto  tempo per noi di "concretare".
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 2277, 20 agosto 1919, VI.
 SENSO DELLA VITTORIA!
Finalmente, dopo settimane e settimane di avvelenamento morale e di sorde, se pur necessarie polemiche; finalmente, dopo settimane, e settimane di afa e di bassura mefitica, ieri un soffio gagliardo di aria pura ha attraversato le strade e le piazze della vecchia Milano e pi che le cose ha attraversato le anime. Davanti allo spettacolo della solida giovinezza italica reduce dalle trincee e ancora bene inquadrata e bene disciplinata, si riconfortava la fede nei destini della nostra razza. La folla che circondava i ritornanti era folla di popolo nel senso pi esatto della parola: piccola, minuta gente che si riconosceva nei soldati, come il sangue si riconosce nel sangue. Quanti erano coloro che sfilarono nel corteo o assisterono alla sfilata? Il calcolo  difficile ed inutile. Si pu dire, senza cadere nell'esagerazione, che tutta Milano era attorno ai reggimenti vittoriosi. Ieri, marciando dietro le bandiere, osservando i moti e i gesti della folla, ascoltando i discorsi, ci siamo convinti che l'infame campagna "caporettaia" - inscenata dalla camarilla social-giolittiana - non ha "preso" l'animo delle masse profonde e che, malgrado tutto e tutti, malgrado la campagna dei giornali e la complicit palese del Governo, il senso della vittoria  ancora vivo e potente. Il tentativo di capovolgere la realt storica, mettendo Caporetto al primo piano e Vittorio Veneto all'ultimo,  fallito o  destinato a fallire.
L'ultimo rozzo cervello dell'ultimo popolano comprende che se la vittoria non  stata - nei suoi risultati - grandiosa come si era creduto, la disfatta ci avrebbe annientato da tutti i punti di vista: semplicemente. La vittoria  una strada sulla quale - in mezzo agli inevitabili ostacoli - si pu, si deve camminare; la disfatta  un gorgo oscuro nel quale i popoli vinti si dibattono tragicamente. Se riparare dopo la vittoria chiede lo sforzo di dieci, riprendere dopo la disfatta chiede lo sforzo di mille. Supponete, per un momento, che l'Italia e l'Intesa avessero perduto la guerra; supponete l'Alta Italia occupata da guarnigioni tedesche, austriache, bulgare, turche; supponete una mutilazione del vecchio territorio nazionale; mettete nell'ipotetico calcolo le requisizioni, le taglie, e le indennit; non dimenticate gli eventuali cambiamenti vagheggiati dai vaticanisti di Vienna che speravano di rimettere sul trono il Papa, con relativi territori del "potere temporale", e poi immaginate in quali condizioni si sarebbe trovato il popolo italiano!
L'ipotesi sola d i brividi. Ebbene, nell'anima delle masse, questa valutazione storica esiste nei suoi elementi politici e sentimentali. L'orgoglio di aver vinto,  nei soldati e nel popolo, e, nell'uno e negli altri,  il senso di aver provocato eventi storici di portata immensa, quale la caduta di tre imperi nemici.
La sterminata folla che ieri ha esaltato e coperto di fiori il popolo reduce dalla guerra, celebrava nei vittoriosi la grande, la meravigliosa vittoria italiana.
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 244, 6 settembre 1919, VI.
 ["NOI SALUTIAMO L'EROE E GLI PROMETTIAMO
CHE OBBEDIREMO AD OGNI SUO CENNO"]
Questa sera - dice Mussolini - abbiamo incominciato la serie delle dimostrazioni che debbono provare a tutto il mondo come il popolo di Milano sia sempre lo stesso delle gloriose giornate del 1915, nelle quali, duce l'indimenticabile Filippo Corridoni, fu imposta ai vili e ai trepidi la guerra di liberazione.
Gabriele d'Annunzio, che non  soltanto un grande poeta, ma un grande soldato, il primo soldato d'Italia, ha osato compiere l'atto che ha spaventato il nostro pavido Governo.
Noi salutiamo l'Eroe e gli promettiamo che obbediremo ad ogni suo cenno.
L'italianissima citt di Fiume, finalmente ridonata alla Patria, dalla fede e dalla volont eroica, sar difesa contro tutte le insidie e contro lo stesso Governo indegno del popolo ai destini del quale presiede.
Milanesi vigilate!
Ogni offesa a Gabriele d'Annunzio, ogni atto contro di lui,  contro la grande gesta che lui ha compiuto,  un attentato all'Italia.
Viva d'Annunzio! Viva l'Italia! Viva Fiume! (Grandi acclamazioni salutano il breve discorso di Mussolini e quindi la manifestazione ha termine).

 Da Il Popolo d'Italia, N. 252, 14 settembre 1919, VI.
 I DIRITTI DELLA VITTORIA
L'ingresso di Mussolini nella sala provoca una vibrante ovazione che dura parecchi minuti. Il nostro Direttore appare visibilmente commosso. Tutto il teatro  in piedi ed acclama il suo nome. Il gagliardetto degli arditi e la bandiera di Fiume sono agitati in atto di omaggio tra lo scrosciare degli applausi. Si alza quindi il nostro Direttore fra le acclamazioni generali. Si elevano grida di: "Viva Mussolini! Viva "Il Popolo d'Italia!". Abbasso Nitti! Viva D'Annunzio!". Le ovazioni durano parecchi minuti. Il nostro Direttore cos comincia:
Compagni fascisti!
Non so se riuscir a farvi un discorso molto ordinato perch non ho avuto modo, secondo la mia abitudine, di prepararlo. Un discorso fascista io mi ripromettevo di pronunciare domani mattina per una ragione mia personale che vi pu anche interessare e che mi dava diritto a chiedervi qualche ora di riposo.
Anch'io ho fatto una piccola beffa a Sua Indecenza Nitti. (Grida di: "Abbasso Nitti! Abbasso Cagoia!" [.... Censura....]). Sono partito da Novi Ligure sopra uno Sva insieme ad un magnifico pilota. [Censura]. Abbiamo attraversato l'Adriatico e siamo discesi a Fiume. D'Annunzio ci ha accolti molto festosamente, perch ha bisogno di aviatori e di apparecchi. [Censura].
Ieri mattina al ritorno siamo stati colti da una bufera di "bora" sull'altipiano istriano. Abbiamo perci dovuto deviare dalla rotta e siamo atterrati ad Aiello. [Censura].
A Fiume ho vissuto quello che D'Annunzio giustamente chiama "un'atmosfera di miracolo e di prodigio". Vi porto intanto il suo saluto. Egli si riprometteva di scrivere un messaggio apposta per la nostra adunata. [Censura]. (Applausi e grida di: "Viva Fiume!").
Il mio arrivo a Fiume ha coinciso con la cattura del piroscafo Persia, per cui tanto si era agitato il capitano Giulietti della Federazione del Mare. [Censura].
La situazione di Fiume  ottima, sotto tutti gli aspetti. Vi sono viveri per tre mesi. [Censura].
Ora  da considerare che gli jugoslavi non hanno nessuna intenzione di muoversi. Non solo, ma i croati riforniscono in parte Fiume, ci che dimostra come sia sconcia ed insidiosa la manovra nittiana, tendente a sommuovere il popolino, facendo credere che si fosse alla vigilia di una guerra tra noi e gli jugoslavi. Niente di tutto questo esiste! D'Annunzio non ha fatto sparare finora nessun colpo di fucile contro coloro che stanno al di l della linea di armistizio; ha anzi emanato un proclama ai croati che  un magnifico documento, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista umano. Esso conclude con le parole: "Viva la fratellanza italo-croata! Viva la fratellanza sul mare!".
Ora, nei rapporti internazionali la situazione di Fiume  chiarissima. D'Annunzio non si mover, perch tutti gli eventi sono favorevoli a lui. Che cosa possono fare le potenze plutocratiche del capitalismo occidentale contro di lui? Nulla. Assolutamente nulla, perch il rimuovere un fatto compiuto sarebbe scatenare un altro pi grosso guaio; ed a questo nessuno pensa, n in Francia, n in Inghilterra. In Francia, lo possiamo dire tranquillamente, c' un sacro orrore per un nuovo spargimento di sangue. Quanto al popolo dai "cinque pasti", ha fatto la guerra molto bene e brillantemente, ma ora tutto il suo ordine di idee  contrario a qualsiasi impresa guerresca ed a qualsiasi avventura un po' complicata. Domani il fatto compiuto di Fiume sarebbe compiuto per tutti, perch nessuno avrebbe la forza di modificarlo. Se il Governo fosse stato meno vile, a quest'ora avrebbe risolto il problema di Fiume e gli Alleati avrebbero dovuto accettarlo, magari con una protesta che forse avrebbe servito di argomento a qualche giornale umoristico. (Applausi).
E veniamo alle nostre cose. Noi siamo degli antipregiudizialisti, degli antidottrinari, dei problemisti, dei dinamici; non abbiamo pregiudiziali n monarchiche n repubblicane. Se ora diciamo che la monarchia  assolutamente inferiore al suo compito, non lo diciamo certo in base ai sacri trattati. Noi giudichiamo dai fatti e diciamo: in questi mesi di settembre e di ottobre si  fatto in Italia pi propaganda repubblicana che non si fosse fatta negli ultimi cinquant'anni, perch quando la monarchia chiama al Quirinale Giovanni Giolitti (grida assordanti di "abbasso Giolitti!"); quando la monarchia mantiene al potere quello che ormai passa bollato col marchio d'infamia trovato a Fiume; quando essa scioglie la Camera e tollera che Nitti pronunci un discorso in cui si fa chiaro appello alle forze bolsceviche della nazione; quando essa tollera al potere un uomo che non  Kerensky, ma Kroly; quando infine ratifica la pace per decreto reale, allora io vi dico chiaramente che il problema monarchico che ieri non esisteva per noi in linea pregiudiziale, si pone oggi in tutti i suoi termini. La monarchia ha forse compiuto la sua funzione cercando ed in parte riuscendo ad unificare l'Italia. Ora dovrebbe essere compito della repubblica di unirla e decentrarla regionalmente e socialmente, di garantire la grandezza che noi vogliamo di tutto il popolo italiano. 
Io credo di essermi spiegato e di avere fissato la linea esatta per cui noi siamo assolutamente coerenti nella nostra base iniziale. Ma noi non dobbiamo svalutare i nostri avversari. Il "babau" di una dittatura militare  grottesco.  stato inventato da Nitti con la complicit dell'alta banca e dei giornali pseudo-democratici, che sono legati notoriamente all'alta e parassitaria siderurgia italiana. Io penso che domani, nell'attesa della crisi, i difensori delle istituzioni oramai superate non esisterebbero pi perch tutti si squaglierebbero. Ma nella falla che si verrebbe ad aprire certo tutte le forze vi precipiterebbero.
Noi dovremmo allora tener presente il movimento pussista. Questa forza pussista consideriamola un po' da vicino. I pussisti hanno dovuto contarsi ultimamente e intanto su ottantamila iscritti, quattordicimila non si sa dove siano andati a finire. Sono gli sbandati. Ben cinquecento sezioni non sono state rappresentate in quelle che si chiamano le assise del proletariato italiano. Tutto quello che durante il congresso si  detto e fatto  stato molto meschino. Bordiga non  un gran generale. Si eleva un po' dalla mediocrit. Quello che egli ha riportato alla tribuna  quanto io avevo gi dato in pasto alla folla nel 1913. Di veramente importante non c' stato che il discorso di Turati. Ma gli infiniti discorsi non hanno dato alla fine indicazioni pratiche su quello che i pussisti devono e vogliono, fare. Noi siamo molto pi precisi di loro e vi diciamo subito che noi dobbiamo porre un ultimatum al Governo dichiarando che se non abolisce la censura noi fascisti non parteciperemo alle elezioni. Bisogna protestare contro una censura ripristinata in regime elettorale, altrimenti dimostreremo di poter accettare qualunque altro arbitrio. A questa protesta, noi ne possiamo aggiungere un'altra positiva e di azione. In quanto ai socialisti, la grandissima parte si distingue per una fisiologica vigliaccheria. Essi non amano battersi, non vogliono battersi, il ferro e il fuoco li spaventa. D'altra parte, e su questo mi preme di richiamare la vostra attenzione, noi non dobbiamo confondere questa creazione piuttosto artificiosa con un partito del quale i proletari sono un'infima minoranza, mentre abbondano tutti quelli che vogliono un posticino al Parlamento, al consiglio comunale e nelle organizzazioni.  in realt una cricca politica che vorrebbe sostituirsi alla cricca dominante. Non dobbiamo confondere questa cricca di politicanti mediocri con l'immenso movimento del proletariato, che ha una sua ragione di vita, di sviluppo e di fratellanza. 
Io ripeto qui quanto dissi altra volta. Nessuna demagogia. I calli alle mani non bastano ancora per dimostrare che uno sia capace di reggere uno Stato od una famiglia. Bisogna reagire contro tutti questi cortigiani e questi nuovi semi-idoli per elevare questa gente dalla schiavit morale e materiale in cui  caduta. Non bisogna andare verso di essa con l'atteggiamento dei partigiani. Noi siamo dei sindacalisti, perch crediamo che attraverso la massa sia possibile di determinare un trapasso dell'economia, ma questo trapasso ha un corso molto lungo e complesso. Una rivoluzione politica si fa in ventiquattr'ore, ma in ventiquattr'ore non si rovescia l'economia di una nazione, che  parte dell'economia mondiale. Noi non intendiamo con questo di essere considerati una specie di "guardia del corpo" di una borghesia, che, specialmente nel ceto dei nuovi ricchi,  semplicemente indegna e vile. Se questa gente non sa difendersi da se stessa, non speri di essere difesa da noi. 
Noi difendiamo la nazione, il popolo nel suo complesso. Vogliamo la fortuna morale e materiale del popolo e questo perch sia ben inteso.
Io credo che con il nostro atteggiamento sia possibile di avvicinarci alla massa. Intanto la Federazione dei lavoratori del mare si  staccata dalla Confederazione generale del lavoro; i ferrovieri hanno dimostrato nello scioperissimo di essere italiani e di voler essere italiani, e mentre l'alta burocrazia delle amministrazioni pubbliche  piuttosto nittiana e giolittiana, il proletariato delle stesse amministrazioni tende a simpatizzare con noi.
Da cinquant'anni si prendono i generali, i diplomatici, i burocratici delle classi dirigenti da un nucleo chiuso di ceti e di persone.  tempo di spezzare tutto ci se si vogliono mettere nuove energie e nuovo sangue nel corpo della nazione.
E veniamo alle elezioni. Dobbiamo occuparci delle elezioni perch qualunque cosa si faccia  sempre buona regola di stringersi insieme, di non bruciare i vascelli dietro di s. Pu essere che in questo mese di ottobre le cose precipitino in un ritmo cos frenetico, da rendere quasi superato il fatto elettorale. Pu essere, invece, che le elezioni si svolgano. Dobbiamo essere pronti anche a questa seconda eventualit. Ed allora noi fascisti dobbiamo affermarci da soli, dobbiamo uscire distinti, contati, e, se saremo pochi, bisogner pensare che siamo al mondo da sei mesi soltanto.
Dove una probabilit di affermazione isolata non esista, si potr costituire il blocco interventista di sinistra, che deve avere da un lato la rivendicazione dell'utilit dell'intervento italiano ai fini universali, umani e nazionali, contro tutti coloro, giolittiani, pussisti e clericali, che l'hanno osteggiato. D'altra parte questo programma non pu esaurire la nostra azione, ed allora bisogner presentare alla massa i dati fondamentali su cui vogliamo erigere la nuova Italia. Dove la situazione sar pi complicata, si potr, aderire anche ad un blocco interventista in senso pi complesso e pi vasto.
Ma noi vogliamo, soprattutto, consacrare in questa nostra adunata - rivendicandola contro coloro che la negano e che vorrebbero dimenticarla - la immensa vittoria italiana.
Noi abbiamo debellato un impero nemico che era giunto fino al Piave ed i cui dirigenti avevano tentato di assassinare l'Italia. Noi abbiamo ora il Brennero, abbiamo le Alpi Giulie e Fiume e tutti gli italiani della Dalmazia. Noi possiamo dire che tra Piave e Isonzo abbiamo distrutto un impero e determinato il crollo di quattro autocrazie. (Una ovazione vivissima accoglie la chiusa del discorso di Mussolini, che  stato seguito e sottolineato nei punti pi salienti da entusiastiche acclamazioni).


Da Il Popolo d'Italia, N. 278, 10 ottobre 1919, VI.
 VERSO L'AZIONE
Chi ha partecipato, come delegato o come invitato, alla prima adunata fascista di Firenze, ne ha riportato un'impressione magnifica. Che l'adunata sia pienamente riuscita, anche dal punto di vista numerico, non c' dubbio e basta trascorrere l'elenco dei gruppi e dei delegati; ma quando si pensa che fu telegraficamente e si potrebbe aggiungere "fascisticamente" preparata in tre giorni, il suo successo si rileva ancor pi completo. Dopo solo sei mesi di vita si pu dire che non solo il fascismo  nato, ma  gi grande nel duplice significato della parola. Tutta l'assemblea era passionale, cio composta di gente piena di ardore e di vita e la linea delle discussioni e dei discorsi, salvo le inevitabili sfumature, fu nettamente fascista, cio anti-tradizionale. Il fascismo non si  irrigidito in formule dogmatiche; non ha dato a se stesso quella forma di organizzazione rigida e chiesaiuola che distingue gli altri vecchi partiti; dalla libera discussione sono sorte alcune linee programmatiche per l'immediata azione, ma niente statuti, niente regolamenti, niente domenicanismi e soprattutto niente discussioni teologiche e metafisiche. Molte idee sono balzate alla luce, molti problemi sono stati affrontati, molti valori ignorati sono venuti alla ribalta, e alludo fra gli altri a quell'amico fascista operaio di Spezia, che ha parlato con tanta profondit di pensiero, con tanta vigoria e lucidezza di forma.
Il mio amico Nenni trova che non abbiamo affrontato il problema della nostra politica estera. Verissimo. Ma le nostre idee e le idee dei fascisti in materia sono note. D'altra parte lo scopo dell'adunata era dettato dalle esigenze immediate della politica interna dominata dal fatto elettorale. Quanto alla espressione adottata per i blocchi dal punto di vista del problema adriatico  chiaro che non poteva essere troppo rigida ed esclusivista, per evitare di far blocco soltanto con.... noi stessi.
Le risultanze dell'adunata sono importantissime e tale importanza non  sfuggita a gran parte della stampa italiana, che ha seguito con molta attenzione lo svolgersi dei lavori. Il fascismo resta sul terreno nazionale. La nazione, intesa come popolo, sta davanti a tutto e sopra tutto. (Otto righe censurate).
Il fascismo rinnova la sua adesione al sindacalismo nazionale, intesa questa parola nel senso di un moto classista che non rinneghi la Patria e non sia al servizio di un partito. Il fascismo dichiara di lottare contro il Partito Politico Socialista Ufficiale, non gi in odio alle dottrine socialiste ma in opposizione al suo atteggiamento antinazionale del passato, del presente e del futuro.
Posti questi capisaldi, non si ha ancora un'idea esatta di quel che sia e possa diventare il movimento fascista. Perch il fascismo  una mentalit speciale di inquietudini, di insofferenze, di audacie, di misoneismi anche avventurosi, che guarda poco al passato e si serve del presente come di una pedana di slancio verso l'avvenire. I melanconici, i maniaci, i bigotti di tutte le chiese, i mistici arrabbiati degli ideali, i politicanti astuti, gli apostoli che hanno i dispensieri della felicit umana, tutti costoro non possono comprendere quel rifugio di tutti gli eretici, quella chiesa di tutte le eresie che  il fascismo.  naturale, quindi, che al fascismo convergano i giovani che non hanno ancora un'esperienza politica e i vecchi che ne hanno troppa e sentono il bisogno di rituffarsi in un'atmosfera di freschezza e di disinteresse.
I fasci sono oggi duecento e contano circa quarantamila soci. Ma ora che le grandi direzioni della nostra attivit sono segnate, spetta ai fascisti moltiplicare il numero dei fasci, crearne in ogni angolo d'Italia, in modo che la prossima adunata pi che coordinare la preparazione, consacri la nostra vittoria.
Fascisti d'Italia, senza indugio, al lavoro.
                                                                                                              MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 281, 13 ottobre 1919, VI.
 [ELEZIONI E PROGRAMMI]
Tra grande attenzione prese quindi la parola il nostro Direttore. Egli crede che, malgrado l'eccitazione dell'assemblea, possa farsi subito un programma puramente fascistico restringendo a pochi capisaldi quello letto da Pasella.
Nella politica estera i fascisti vogliono Fiume italiana senza enunciare programmi pleonastici. Occorre mandare degli uomini capaci al potere, ai quali diremo quello che vogliamo. In quanto alla politica interna si  gi detto a Firenze, colla mozione Pasella, che i fascisti ritengono sia gi aperta la crisi di regime. Crisi che  stata imposta alle forze istituzionali dalla menzogna della minaccia di fame per il pane, mentre il raccolto ha assicurato il pane per almeno nove mesi; e dalla menzogna della dittatura militare, ridicolo fantasma inquantoch perfino D'Annunzio, che non  il mestierante militarista che hanno dipinto i variopinti avversari, si  associato ai lavoratori del mare, mentre al Quirinale veniva accolto quasi trionfalmente l'uomo di Dronero, e Nitti, per timore della dittatura, si faceva dittatore colla censura e colle guardie regie.
Noi non affermiamo, coi sacri testi alla mano, che l'avvenire pi prossimo sia la repubblica: ma siamo certi che l'armata di Firenze  stata un'armata repubblicana.
L'oratore si dichiara d'accordo con Dini quando questi afferma che le formule dei partiti sono state superate.
Poniamoci una questione: cosa pensano internamente i liberali venendo a noi? Noi forse offriamo loro una maniera di rifarsi la verginit: ammettiamo che la borghesia di Milano sia intelligente e perspicace; ma altrove vediamo i borghesi dell'on. Belotti e di un altro del suo stampo.
A Milano stessa, del resto, il liberale Corriere della Sera  nittiano.
Noi fascisti in economia siamo produttivi e sindacalisti, cio vogliamo la elevazione della massa operaia nel campo nazionale. Tutti i fascisti devono combattere per la elevazione morale delle masse degli umili.
I fascisti non devono cercare oggi troppi alleati. La strafottenza ed il dinamismo dei fascisti rendono difficile anche il blocco di loro stessi. (Ilarit). Credo per che si possa fare una solida unione coll'Associazione volontari di guerra e con gli arditi.
Facciamo un programma elettorale tutto nostro ed aspettiamo che gli altri partiti lo accettino. Dalla loro lista poi vedremo dove vogliono andare a finire.
 indubitato che io suscito molte antipatie e ci mi onora molto: in quattro anni di guerra io non ho mai fatto niente di male contro la classe operaia, eppure si  detto e si dice che io sono un avversario dei lavoratori; io combatto per la confisca dei beni e per la decimazione dei profitti di guerra e mi si dice che sono venduto ai capitalisti. L'Avanti! di ieri l'altro, per, mi ha vendicato dandomi la soddisfazione di leggervi che anche Lenin  un venduto.
I combattenti hanno l'illusione che portando una lista di ignoti possano disarmare quelli dell'altra sponda. Questo  maddalenismo. I pussismi non disarmeranno lo stesso e gli operai voteranno la lista dei santoni del Pus. Non illudiamoci.
Io non ci tengo affatto ad una candidatura politica, ma devo dichiarare che se  possibile che il mio nome possa essere escluso da una lista fascista non  assolutamente concepibile che il mio nome possa mancare dalla lista di concentrazione interventista. Questa dichiarazione sar un atto di superbia, ma il non farla sarebbe vigliaccheria. Io ho sopportato le bastonature dei poliziotti; io sono stato l'amico ed il compagno di Corridoni; Mussolini  stato sempre ovunque c'era da combattere una battaglia per l'interventismo. (A queste parole scoppia un grande applauso).
L'oratore prosegue dicendo che se l'Associazione lombarda dei mutilati fosse andata da lui certamente avrebbe trovata la pi cordiale accoglienza. Ma pu ancora rimediarvi.
Riassumendo: se i "sinistri" vogliono venire a noi, vengano pure; se la Combattenti si decider anch'essa, tanto meglio. Noi accettiamo la loro collaborazione. Intanto il nostro blocco sia fatto con gli arditi ed i volontari di guerra.
Ricordiamoci per che la battaglia elettorale deve essere ingaggiata sopra il "nostro" programma. (Una grande unanime ovazione accoglie la chiusa del discorso del nostro Direttore).

Da Il  Popolo d'Italia, N. 287, 19 ottobre 1919, VI.
 
 IN CAMPO DA SOLI
La notizia che il fascismo milanese, unitamente coi suoi naturali e oramai inseparabili alleati che sono gli arditi e i volontari di guerra, scende in campo da solo, sar accolta con un moto di gioia e di orgoglio da parte di tutti i fascisti d'Italia. L'ordine del giorno votato all'unanimit nell'adunata nazionale di Firenze, stabiliva delle "preferenze" ma non escludeva, l dove si fosse resa necessaria e possibile, la lotta fascista con candidati fascisti e programma fascista.
Ripetiamo che la parola fascista comprende anche gli arditi e i volontari di guerra, poich le tre associazioni sono distinte nella forma, ma fuse e confuse nella sostanza: si tratta di tre corpi e di un'anima sola. Ora, il blocco fascista, che potr anche chiamarsi il blocco delle "teste di ferro", ha deciso di affrontare in pieno la battaglia elettorale, senza nascondere una linea dei suoi programmi, senza camuffare la sua mentalit.
L'Avanti! di ieri proclamava su sei colonne che i "pi arrabbiati sostenitori della guerra si ritirano vergognosamente dalla lotta"; ma questa che  vera vergogna (una volta tanto siamo perfettamente d'accordo col foglio pussista) non ci riguarda, perch noi non ci nascondiamo, non ci ritiriamo e soprattutto non cerchiamo coi trucchi dell'ultima ora, di ottenere dieci centesimi di perdono o di oblio dai nostri avversari e nemici. Ci presentiamo quali siamo e con questo crediamo di rendere un discreto servizio anche agli avversari delle coalizioni pi agguerrite: la pussista e la pipista, i quali avversari, per la bellezza estetica e la sincerit della lotta, devono apprezzare, anche se apertamente non lo dicono, il nostro gesto di rivolta e di sfida. Siamo giunti all'intransigenza fascista per necessit di cose e per volont di uomini. Il fascio milanese che  - lo si voglia o no - il raggruppamento politico pi importante di Milano, immediatamente dopo la sezione del Partito Socialista Ufficiale,  stato trattato da parte di taluni sinistri con una specie di "sufficenza" sconveniente e irritante. Per molte ragioni d'ordine pratico, sulle quali  inutile in questo momento di iniziare discorso, ma soprattutto per una ragione d'indole politica che si riattacca direttamente alle famose polemiche bissolatiane, noi fascisti, che non rinunciamo a Fiume e nemmeno alla Dalmazia italiana, non abbiamo potuto andare col gruppo cosiddetto di sinistra, patrocinato dai combattenti inscritti all'Associazione nazionale. A destra (usiamo questa terminologia per intenderci, ma aggiungiamo subito che destra e sinistra non hanno oggi che un valore il pi delle volte puramente retrospettivo) abbiamo trovato della gente arrendevole nei programmi e anche nei candidati, ma ci che da quelle brave persone ci divide  la nostra mentalit; il nostro stato d'animo, un insieme di sentimenti, d'impulsi, di ribellioni che non si pesano col bilancino e che tuttavia scavano fra uomini un solco profondo come un abisso. E allora terza e unica via, scartato l'astensionismo che in queste circostanze sarebbe equivalso a una pietosa e clamorosa auto-confessione di impotenza, la via dell'affermazione fascista, che sar, noi pensiamo, consacrata per acclamazione dall'imminente assemblea del Fascio milanese.
In fondo bisogna pensare che noi eravamo andati - a prescindere da altre questioni - verso forze inconsistenti o quasi. Il nostro gesto liquida diverse situazioni, seppellisce organismi gi invecchiati e finiti. I liberali pi che un partito sono una tendenza. Molti quadri, pochi soldati, niente masse di popolo. La "Democrazia Lombarda"  un'associazione che ha fatto il suo tempo. In due assemblee, in questo periodo di accesa tensione politica, non  mai riuscita a raggranellare pi di settanta soci. La pi stracca delle assemblee fasciste non ha mai avuto meno di duecento presenti.... Il blocco di "destra" verso il quale si inclinava era un matrimonio di convenienza: noi apportavamo la nostra giovinezza, il nostro impeto, il nostro fegataccio e quelli l ci offrivano la loro dote, le loro "posizioni". Ma quando abbiamo aperto gli scrigni, abbiamo trovato la dote e le posizioni del 1914: tutta roba che oggi  fuori corso o quasi. A "sinistra" ci avrebbero detto: non comprometteteci parlando di Dalmazia, e a "destra": non toccate troppo violentemente certi tasti interni, perch i cinquantuno sindaci clerico-moderati del collegio di Febo Borromeo e relativi buoni villici potrebbero.... squagliarsi! Di fronte a questa situazione, ogni fascista - veramente fascista - si convince che soltanto lottando da fascisti, si pu dare alla lotta la "nostra" colorazione, fatta di meditata audacia e di giovanile scapigliatura. La nostra non  una lotta elettorale: questo bisogna bene inchiodarlo nel cervello:  una lotta politica:  la lotta che noi condurremo contro tutte le forze antinazionali, oggi riassunte e simboleggiate nel Governo di Nitti.
Quando "le teste di ferro" milanesi si riuniranno a comizio, lo apriranno con questo grido: "A chi l'onore?". "A Fiume!". "Viva chi?". "D'Annunzio!". "Abbasso chi?". "Cagoia!".
							MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 292, 24 ottobre 1919, VI.
 LA SIGNIFICAZIONE
Abbiamo detto ieri che la nostra non  una lotta elettorale nel senso comune e volgare della parola. Noi non ci preoccupiamo soverchiamente del successo numerico. Non ci vestiremo a lutto, se nessuno dei nostri candidati raggiunger il famoso e sospirato quoziente. La nostra  una lotta "politica" e anche questa parola non va intesa nel suo senso tradizionale.
Noi approfittiamo del periodo elettorale per mantenere accesa una fiamma, per elevare la tensione spirituale di coloro che ci seguono, per annodare quelle relazioni, stabilire quei contatti e collegamenti, che sono necessari per creare, insomma, tutte le condizioni favorevoli allo sviluppo dell'idea fascista. Lotta "politica" la nostra, perch diretta contro l'attuale Governo, che dovrebbe essere spazzato violentemente via da un movimento di popolo; lotta "politica" perch getta al primo piano la questione di Fiume nei suoi aspetti internazionali e nelle sue inevitabili ripercussioni d'indole interna.
La lotta elettorale offre a noi il pretesto di "fiumanizzare" sempre pi acutamente coloro che sono con noi. Il verbo "fiumanizzare" ha un significato preciso per i fascisti.
La censura vile e idiota non ci permette di dire di pi.
La lotta elettorale fascista significa: esasperazione dell'opposizione al Governo di Nitti, disintegrazione del medesimo Governo. L'uomo che  responsabile di un cumulo di nefande menzogne e calunnie non deve governare l'Italia. Non si deve pi oltre tollerare la sua dittatura.  enorme che si facciano delle elezioni in regime di censura. Questa dittatura cagoiesca deve finire. Bisogna impegnarsi di farla finire. Il disagio spirituale che angustia l'Italia, ben maggiore e ben pi pericoloso di quello materiale, non pu trovare, nelle attuali circostanze, il suo sbocco pacificatore nella consultazione elettorale. Quel disagio aumenta col passare dei giorni, perch la spada del Damocle fiumano sta sospesa sulla vita nazionale.
Francesco Nitti  il responsabile primo di questo disagio.
 evidente, da molti segni, da molti detti, che Cagoia ripeter il gesto di Kroly, consegner l'Italia ai pussisti, scatener un periodo, forse breve, ma certamente sanguinoso, di guerra civile. Sulla guerra elettorale pende l'imminente fatalit della guerra civile. Nitti spinge le cose al punto in cui, invece di lottare a colpi di scheda, si battaglier colle bombe a mano. Nitti seppellisce il regime. Ma gli eredi, a qualunque costo, saremo noi, saranno quelli che, dopo un anno di vergogne, hanno rialzato in faccia al mondo la gloriosa bandiera del Carso e del Piave.
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 293, 25 ottobre 1919, VI.
 GUERRA CIVILE?
VIOLENZA CONTRO VIOLENZA!
Gli interventisti che sono ancora degni di questo nome, non devono protestare n piatire longanimit da parte dei socialpussisti, i quali dimostrano che cosa sarebbe il loro potere se arrivassero a conquistarlo e ci offrono preziose e istruttive anticipazioni di quel che sarebbe la dittatura cosidetta proletaria. I socialisti fanno bene a violentare ogni manifestazione avversaria. Giovano al nostro scopo e insegnano a certi "dondoloni" dell'interventismo che  perfettamente inutile e idiota credere di ottenere rispetto e tolleranza facendo delle concessioni a gente che non ne meritano. Che cosa ha giovato al blocco di sinistra lo scrupolo di escludere dalla lista gli uomini pi compromessi in materia di interventismo e quindi pi odiati dalle masse tesserate? Un bel nulla, e lo si  visto venerd sera. I pussisti non fanno distinzioni. Non le sanno fare. Mussolini o Ricchieri  per loro la stessa cosa. Ci detto, noi non invochiamo dai pussisti il rispetto delle idee avversarie. Non siamo cos ingenui, ma denunciamo il gesuitismo di quella gente. Noi diciamo ai socialisti ufficiali: tentate pure d'imporvi colla violenza, ma non fate i gesuiti, non nascondete la mano che tira il sasso, non declinate le responsabilit che vi aspettano!  stomachevole leggere nell'Avanti! una noticina di questo genere:
"L'importante  questo: che i "pussisti" sappiano che c' della gente che ha in serbo per essi del piombo e delle rivoltelle.
"E noi, serenamente, senza un briciolo di timore (non di paura perch non  nemmeno il caso di parlarne), confermiamo di sentirci perfettamente a posto col nostro bagaglio di idee e colla nostra fede, che difenderemo con tutte le nostre forze!  essa che ci da solidi argomenti da contrapporre a tutti i nemici del socialismo.
"Le rivoltelle ed il piombo, in periodo elettorale,  roba che lasciamo volentieri ai banditi della politica, specialmente a quelli che non hanno mai avuto sinceramente un'idea e che hanno sempre dimostrato uno sviscerato amore alla palanca!".

Qui c' un trucco ed un equivoco in evidente malafede: noi non abbiamo mai promesso dei piombo a chi voglia serenamente discutere con noi, anche nei comizi; noi abbiamo detto e ripetiamo che risponderemo alla violenza degli avversari con una centuplicata violenza!
Pi nauseabondo  il signor A. De Giovanni, il quale ha la faccia tosta di stampare queste parole:
"Noi siamo per la libert assoluta per tutti e vorremmo che i nostri amici proletari si astenessero dal disturbare i comizi dei nostri avversari, tanto pi che se non ci vanno i nostri operai, i loro comizi sono quasi sempre un fallimento. Ma atteggiarsi a vittime come essi fanno,  veramente ridicolo!".
Come i socialisti intendano la libert assoluta per tutti lo dimostra la cronaca elettorale di questi giorni, ma riteniamo anche noi che l'atteggiarsi a vittime sia ridicolo.
Soltanto questo ridicolo non ci riguarda. Non apparteniamo alla specie dei piagnoni. Se domani saremo sopraffatti, non eleveremo lamentazioni inutili. Prenderemo atto. N cercheremo vane eufemistiche consolazioni. Ma per sopraffarci bisogner che i nostri nemici siano disposti ad impegnare un combattimento in piena regola. Come noi non chiediamo piet o tolleranza a loro, cos essi non ne chiedano a noi, perch non ne avremo.  in gioco una delle pi alte conquiste ed espressioni della civilt umana: la libert di parola. Chi accetta o subisce, senza combattere, questa enorme coartazione resa pi odiosa e intollerabile dall'antinomia oscura del numero, si prepari a vivere i giorni pi neri della schiavit. Guai a cedere in questo momento! Proletariato, lotta di classe, socialismo sono fuori questione. La situazione  in questi termini: c' una minoranza che vuole imporre il bavaglio a coloro che manifestano un pensiero diverso. Tocca ai fascisti, agli arditi, ai volontari di guerra; tocca ai cittadini tutti che non sono indegni della qualifica di cittadino, spezzare il giogo di questa violenza.
Compito duro ed ingrato, ma necessario. Bisogna assolverlo a qualunque costo, con qualunque mezzo.
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 301, 2 novembre 1919, VI.
 [LA GRANDE ADUNATA]
Una piazza silenziosa, solitaria, con palazzi a linee di un'armonica architettura, nel cuore di questa vecchia grande Milano: ecco il luogo scelto dai fascisti per il loro primo comizio. Sino dalle sette - il comizio era indetto per le nove - la piazza era perlustrata dai nostri nuclei di avanscoperta, ma a poco a poco, attraverso ai cordoni, una moltitudine di cittadini filtra e si raccoglie attorno al camion che servir da tribuna. Silenzio. Uno scoppio. Un comizio di trinceristi si apre in modo trincerista. Una pistola "Very" lancia un magnifico razzo bianco che solca il cielo e ricade sulla folla che acclama. Folla che si fa silenziosa, raccolta, quasi meditativa.
Passa a ondate vibrante la giovinezza impetuosa degli arditi, che cantano il loro immortale:
Giovinezza! Giovinezza!
Ecco: la folla  immobile. Ascolta. Alla luce scarsa dei fanali e a quella fumosa delle torcie a vento, le faccie brune, tagliate sul buon modello romano e italiano, spiccano nettamente, fra giochi di ombre e di luci. Gli oratori parlano uno dopo l'altro e la folla non d segni d'impazienza.
Il contradditore operaio - e ci spiace che ce ne sia stato uno solo, ma dobbiamo rendere omaggio al suo coraggio - inizia e finisce il suo discorso, fra manifestazioni diverse, ma senza gesti o gridi d'intolleranza. Il presidente Baseggio  abile e fermo.
Nessun incidente. N prima, n durante, n dopo, quando l'immensa fiumana di popolo, attraverso via Manzoni, largo Margherita, piazza del Duomo, via Carlo Alberto, ha raggiunto la ormai famosa via Paolo da Cannobio.
Noi siamo profondamente lieti che il comizio si sia svolto cos ordinato e solenne. Perch noi non cerchiamo, non vogliamo violenze. Perch noi, che siamo intimamente, quasi innatamente dei libertari, vorremmo che le lotte delle idee - anche quelle che sono fra di loro le pi antitetiche - si svolgessero senza urti e senza spargimento di sangue.
Noi "fascisti" abbiamo mostrato ieri sera che siamo degni della libert per noi e per gli altri. Siamo cos innamorati della nostra libert che per essa siamo pronti a qualsiasi sacrificio e non distinguiamo, in questo caso, fra noi e gli altri. Noi diciamo che se domani i nostri pi feroci avversari fossero vittime in tempi normali di un regime d'eccezione, noi insorgeremmo perch siamo per tutte le libert, contro tutte le tirannie, compresa quella sedicente socialista.
Il comizio fascista, per il quale la cittadinanza ha trascorso alcune ore di trepidazione, ha dimostrato che il fascismo, pur essendo un movimento di minoranza,  cos organico, cos omogeneo, cos giovane che pu tenere le piazze senza che gli altri osino fargli offesa e senza che esso si abbandoni ad eccessi.
Dicemmo in principio: perfetta cavalleria nella lotta elettorale e la parola l'abbiamo mantenuta e la manterremo.
Ai fascisti di tutta Italia la buona novella: a Milano il fascismo  in grado - per la sua e per l'altrui libert di tenere la piazza. Non fa violenze e non ne subisce!
Viva la triplice fascista: arditi, volontari di guerra, fascisti!
Viva l'impetuosa giovinezza dell'Italia grande, rinnovata e pi libera di domani!												MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 310, 11 novembre 1919, VI.
 L'AFFERMAZIONE FASCISTA
La nostra doveva essere ed  stata una semplice affermazione, limitata alla circoscrizione elettorale di Milano. Non voleva essere qualche cosa di pi. Scriviamo questo non gi per esibire delle eufemistiche nonch postume giustificazioni e consolazioni a noi e agli altri, ma semplicemente perch  la pura, la sacra, la documentabile verit. Noi siamo scesi in campo per affermarci e ci siamo riusciti. La nostra non  n una vittoria n una sconfitta:  un'affermazione politica. La nostra non  stata una battaglia elettorale: non abbiamo potuto fare quello che si dice una "campagna" elettorale. Coi comizi non si raccolgono dei voti, specialmente quando li teniamo noi e riescono qualche volta assai tempestosi. Non abbiamo mai vantato, oltre il giusto, l'entit e l'efficienza delle nostre forze. Non abbiamo aspettato oggi, per dire quello che abbiamo detto cento volte: che cio siamo una esigua minoranza in confronto colle masse di cui dispongono altri partiti, ma una minoranza colla quale bisogna fare i conti, perch se  debole dal punto di vista quantitativo,  "fortissima" dal punto di vista qualitativo e tutti i nostri avversari lo sanno. Quando si tracci il quadro della situazione si vedr che non c' proprio motivo di elevare lamentazioni superflue e perfettamente inutili. Il nostro movimento, che ha un suo speciale carattere politico e che non deve essere confuso con altri Fasci, ha appena sei mesi di vita. Non  schedaiolo. Ha accettato la lotta elettorale, ha deciso di scendere in campo perch ci si batte non sempre sul terreno preferito, ma anche su quello che uomini, eventi e nemici qualche volta impongono. Dopo un periodo preliminare di trattative a destra e a sinistra, sulle quali i lettori del Popolo sono pienamente eruditi, il Fascio milanese si  deciso a scendere in campo, dieci giorni prima della grande giornata.
Non si poteva improvvisare quella che si chiama organizzazione elettorale e che specialmente col nuovo sistema richiede moltissimi uomini e mezzi. In tutta la provincia non avevamo che due nuclei nostri: a Monza e a Gallarate e alcune centinaia di amici sparsi qua e l. Su ottocento sezioni, avevamo rappresentanti e distributori soltanto in un centinaio delle citt: in tutto il resto nulla o quasi. In queste specialissime condizioni l'aver accettato la lotta potrebbe costituire un titolo sufficiente di orgoglio per noi e l'aver raccolto ci malgrado alcune migliaia di voti, di cittadini veramente nostri, perch non li abbiamo in alcun modo sollecitati, pu esserci motivo di legittima fierezza. Infine chi ci ha ascoltato nei comizi, chi ci ha letto sui giornali,  testimone che noi ci siamo battuti per amore dell'arte e della nostra tesi, infischiandoci dei risultati numerici. Se noi avessimo cinquant'anni di vita e di organizzazione come hanno i socialisti ufficiali o venti secoli di storia come hanno i preti, potremmo dolerci per le cifre uscite dalle urne; ma giovanissimi come siamo - e in un certo senso come desideriamo restare - dichiariamo che i risultati della consultazione attuale non ci hanno n sorpresi, n modificati. Rimandiamo altre considerazioni "comparative" a quando saremo in possesso dei risultati definitivi.
La "nostra" battaglia continua.
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 317, 18 novembre 1919, VI.
 NOI E LA CLASSE OPERAIA
Dire, come si dice da taluni in malafede, che noi siamo nemici della classe operaia, che vogliamo ostacolare il cammino della classe operaia, che vogliamo lo sterminio della classe operaia, semplicemente perch siamo avversari dichiarati e aperti del Partito pseudo-Socialista Ufficiale, o perch, in buona compagnia del grande Cipriani e con cento altri non dei minori socialisti, abbiamo sostenuto la necessit per l'Italia dell'intervento in guerra, dire tutto ci, significa varare la pi banale delle menzogne, significa mettere in circolazione la pi grossa delle stupidit. Centinaia e forse migliaia di operai di Milano e di altri siti, potrebbero recarci la loro personale testimonianza circa i fatti e le prove dei nostri rapporti coi singoli operai o colle loro masse, ma lasciamo questo che  affare privato fuori di discussione. 
Coloro che ci ritengono "nemici" della classe operaia italiana, ci offendono nel peggiore dei modi: ci offendono nella nostra intelligenza.
Ora, in dieci anni di feroci polemiche con ogni sorta di avversari, nessuno ci ha negato il dono dell'intelligenza. Solo un criminale o un inintelligente pu odiare la classe operaia, cio la classe di coloro che guadagnano la vita lavorando onestamente colle braccia nei campi e nelle officine.
La classe operaia italiana, industriale, commerciale, agricola, dei trasporti abbraccia fra uomini, donne, vecchi e bambini dai venti ai venticinque milioni di creature. 
Non solo queste hanno in comune con noi e con tutti gli altri italiani i dati fondamentali della natura umana, ma hanno con noi, in comune, i dati peculiari della nostra stirpe.
Come si pu fare oggetto di odio o anche di semplice avversione una massa cos imponente di individui? Dal punto di vista umano  pi che assurdo: inconcepibile. Dal punto di vista sociale, dell'utilit sociale ai fini dell'economia nazionale, non si comprende l'avversione alla massa operaia. 
La massa operaia, il cosiddetto proletariato, non  gi, come appare nella vieta e vecchia nomenclatura del socialismo rivoluzionario, qualche cosa di omogeno, di compatto, di nettamente differenziato da tutte le altre classi. Anche nel proletariato ci sono delle differenziazioni, delle scale, delle gerarchie di funzioni che determinano delle gerarchie di valori non soltanto tecnici ma morali. Ci sono degli operai che stanno al margine della scienza. Ci sono degli operai che toccano le soglie dell'arte. Ci sono accanto agli operai del libro, quelli che amano il libro.
Anche fra gli operai ci sono i raffinati, quelli che hanno abitudini e temperamenti diversi dai loro compagni. I motoristi, gli elettricisti, i modellisti sono ad esempio l'aristocrazia dell'officina. Un motorista rappresenta, oggi, nell'et magnifica della trazione meccanica per terra, per mare, per cielo, un valore sociale superiore a quello di mille altri personaggi pi o meno decorativi della societ. Ci sono degli operai davanti ai quali io non so nascondere un senso di ammirazione: e sono quelli che non lavorano soltanto di braccia, ma anche e soprattutto di cervello. 
Dal bracciante allo scalpellino; dal facchino al macchinista; dal carrettiere all'orefice, c' tutta una gamma infinita di attivit, di possibilit e di valori individuali e collettivi, che spezzano e frastagliano l'unit, puramente formale, della massa operaia.  stolto parlare, nei nostri riguardi, di avversione alla classe dei lavoratori. La verit  che noi combattiamo le cattive tendenze spirituali di una parte della massa operaia: non gi, si noti bene, l'anelito verso un regime migliore, anelito che crediamo utile, ai fini del progresso generale, pungolare, invece che sopprimere; combattiamo la megalomania socialista, l'iperbolizzazione e la cortigiana adulazione socialista della massa operaia, per cui si d a credere che soltanto i lavoratori del braccio hanno diritto di vita e di governo, anche se non li assiste la virt e la capacit. Combattiamo la speculazione che i socialisti ufficiali - Partito politico composte in minimissima parte di operai - compiono sul cosiddetto proletariato. Combattiamo l'assurda aspirazione che tenterebbe ridurre al solo "dato" del lavoro manuale la vita enormemente complessa delle societ occidentali.
Combattiamo tutto ci che pu abbrutire ed imbestialire i lavoratori: dalla dottrinetta clericale al catechismo rosso. Osteggiamo la tutela e la rappresentanza che i socialisti abusivamente si arrogano in nome e per conto del proletariato. Non combattiamo l'organizzazione di classe: quando ci  possibile l'aiutiamo. Le nostre idee in materia sono note: noi vagheggiamo una organizzazione sindacale che sia completamente autonoma da partiti e da sette; che elabori in s, secondo le circostanze, i luoghi e le esperienze, le proprie tattiche e i propri ideali; che sia elastica e snodata, senza vincoli di pregiudiziali; che passi dalla lotta di classe alla collaborazione attiva e passiva e da questa ancora alla lotta di classe o all'espropriazione di classe, tutte le volte che l'obbiettivo sindacale coincida col pi grande interesse della collettivit. Non siamo nemici n servi della classe operaia. Quando occorre andiamo contro corrente e non ci importa di spezzare i misoneismi e di affrontare le lapidazioni morali e materiali degli ignavi, degli incoscienti e della teppaglia.
Conserviamo, di fronte a chiunque, in alto e in basso, il nostro pi prezioso tesoro: l'indipendenza. Questa  che ci distingue dal tesserato gregge pecorile, e ci inimica i cattivi pastori che la sfruttano cogli inganni e i trucchi della "demagogia".
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 335, 6 dicembre 1919, VI.
 TRA IL VECCHIO E IL NUOVO
"NAVIGARE NECESSE"
Un anno  finito. Un anno incomincia. Un'altra goccia  caduta a perdersi nell'oceano infinito del tempo che non passa, perch siamo noi che passiamo. E i cronisti, in quest'ora che richiama echi sentimentali, si affrettano a ricapitolare, in tutte le manifestazioni salienti della vita individuale e collettiva, l'anno che fu. Certamente tempestoso  stato il primo anno di pace. La bellicosit innata e immortale, checch si dica dai rammolliti del pacifismo arcadico e arcadicheggiante, si  semplicemente spostata nello spazio e dalle trincee  venuta a manifestarsi nelle piazze e nelle strade delle citt. Tutta Europa, e non soltanto l'Italia,  stata percorsa e scossa dai "bradisismi" sociali. Il movimento continua e il travaglio oscuro e tormentoso dei popoli all'interno e all'esterno non  cessato. Ha delle soste e delle riprese acute; modifica, attenua o esaspera le sue espressioni, ma l'equilibrio psicologico non  ancora dovunque raggiunto.
La crisi economica  aggravata da una vera e propria crisi di nervi. Noi non ci facciamo illusioni. Non entriamo nel 1920 con la speranza che le cose ritorneranno nella normalit. Anzitutto: in quale normalit? Nuove e fiere lotte ci attendono, poich molti dei problemi che furono posti devono essere risolti o negati. Comunque, non ci associamo al pessimismo imbelle e nemmeno ci lusinghiamo in un ottimismo panglossiano.
L'esame della situazione generale italiana  tale da confermarci al nostro ottimismo basato sulla realt e sulla nostra volont. La pace che l'Italia non ha ancora - a quattordici mesi dalla sua vittoria! - e che avr attraverso un faticoso compromesso diplomatico, qualunque sia, nei riguardi territoriali, non potr annientare lo "slancio vitale" dal quale sembra animata la nostra nazione. Pu, anzi, acutizzarlo, tonificarlo. Qualcuno si meraviglia della nostra incrollabile fede nell'avvenire del popolo italiano. Si tratta, in genere, di individui affetti da "masochismo" nazionale. Oppure, di persone che vedono soltanto il lato pi rumoroso e superficiale dell'attivit nazionale e da quello appaiono ipnotizzate. Quella che si chiama "politica" non  che una parte, nella vita complessa di una collettivit umana. Al di sotto o al di sopra di quella detta comunemente "politica" ci sono mille forme d'attivit - silenziose e ignorate - che avviano un popolo alla grandezza. Al di l e al di sopra degli schiamazzatori parlamentari e comiziaioli, ci sono, in ogni nazione, alcune centinaia di migliaia di persone che "lavorano". Accanto e al di sopra degli Abbo e dei Barberis, ci sono degli uomini che si affaticano su gli alambicchi, che "ricercano" nella materia inerte le fonti vive della ricchezza, che "osano", che trafficano, che navigano, che producono; e quest'ultima parola non va intesa nel gretto senso materialistico delle "cose", ma in quello pi alto che abbraccia tutti i valori della vita: il poeta, il musicista, l'artista, il filosofo, il matematico producono e produce anche l'astronomo che dalla sua specola remota segue e scruta gli innumerabili mondi stellari. I nomi di tutti questi individui non escono quasi mai dal ristretto cerchio della loro scuola, della loro categoria, del loro cenacolo; non corrono sui giornali, se non in occasioni rarissime, ma tuttavia  a questi produttori della materia e dello spirito che le fortune sostanziali e immanenti della nazione sono affidate.
Per l'anno nuovo, noi prendiamo, quale parola d'ordine, il motto che prima di essere dell'anseatica Brema, fu di Roma imperiale: navigare necesse. Navigare non soltanto per i mari e per gli oceani. Che l'Italia di domani debba "navigare" va diventando verit acquisita alla coscienza italiana: non la croce vorremmo vedere sullo stemma nazionale, ma un'ancora o una vela.  assurdo non gettarsi sulle vie del mare, quando il mare ci circonda da tre parti. Ci sono anche in questo campo dei "frigidi pessimisti" dall'anima perdutamente e irrimediabilmente libresca, che sollevano delle obiezioni e dei dubbi: poveri di spirito che saranno sorpassati dalla realt dei fatti. Ma per noi "navigare" significa battagliare. Contro gli altri, contro noi stessi. La nostra battaglia  pi ingrata ma  pi bella, perch ci impone di contare soltanto sulle nostre forze. Noi abbiamo stracciato tutte le verit rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani - bianchi, rossi, neri - che mettono in commercio le droghe miracolose per dare la "felicit" al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli; non crediamo soprattutto alla felicit, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica - sia essa di specie economica o politica o morale - a una soluzione lineare dei problemi della vita, perch - o illustri cantastorie di tutte le sacrestie - la vita non  lineare e non la ridurrete mai a un semento chiuso fra bisogni primordiali. Ritorniamo all'individuo. Appoggeremo tutto ci che esalta, amplifica l'individuo, gli d maggiore libert, maggiore benessere, maggiore latitudine di vita; combatteremo tutto ci che deprime, mortifica l'individuo. Due religioni si contendono oggi il dominio degli spiriti e del mondo: la nera e la rossa. Da due Vaticani partono, oggi, le encicliche: da quello di Roma e da quello di Mosca. Noi siamo gli eretici di queste due religioni. Noi, soli, immuni dal contagio. L'esito di questa battaglia , per noi, d'ordine secondario. Per noi il combattimento ha il premio in s, anche se non sia coronato dalla vittoria. Il mondo d'oggi ha strane analogie con quello di Giuliano l'Apostata. Il "Galileo dalle rosse chiome" vincer ancora una volta? O vincer il Galileo mongolo del Kremlino? Riuscir ad attuarsi il "capovolgimento" di tutti i valori, cos come avvenne nel crepuscolo di Roma?
Gli interrogativi pesano sullo spirito inquieto dei contemporanei.
Ma, intanto, navigare necesse. Anche contro corrente. Anche contro il gregge. Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia.
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'ltalia, N. 1, 1 gennaio 1920, VII.
 MALAFEDE
La direzione del Partito Socialista Italiano, coll'ordine del giorno votato nella sua riunione di ieri, ha documentato ancora una volta la sua malafede. Parlare di "bande armate" che "terrorizzano gran parte d'Italia"  una solenne menzogna. Le "bande armate" non esistono che nella fantasia sovreccitata dei socialisti, a meno che questi signori non ritengano "bande armate" le potenti organizzazioni fasciste, che sono, in realt, associazioni di carattere squisitamente politico e per le quali la violenza non  un sistema o un mestiere. Altra menzogna  contenuta nel secondo accapo di quest'ordine del giorno, quando si accusano i partiti cosiddetti borghesi di condurre la campagna elettorale con "mezzi terroristici". Ora basta scorrere le cronache di questi giorni per convincersi che la violenza va diventando sempre pi sporadica. Non vi fu mai, ad esempio, campagna elettorale pi tranquilla di quella che si svolge seralmente nei comizi milanesi. I richiami degli organi dirigenti dei Fasci hanno gi ottenuto lo scopo. Voti di assemblee, scritti di giornali, parole di oratori e gesti dei Fasci - tipico quello di Chiari citato dall'Avanti! dell'altro giorno - stanno a dimostrare che il fascismo sta controllando le sue manifestazioni e respinge senza indugio e chiaramente le responsabilit che non gli spettano. D'altronde, un partito che ha nel passivo della sua storia la campagna elettorale veramente terroristica del novembre 1919, dovrebbe sentire il pudore di non alzare troppo la voce in argomento. Dopo una serie di lamentazioni, l'ordine del giorno sente il bisogno di denunciare al proletariato nazionale e internazionale il terrore bianco italiano. Questa denuncia ci trova indifferenti. Il proletariato internazionale (quale: quello di Mosca o quello di Amsterdam?) ha sull'Italia le pi incerte nozioni. In genere, se ne infischia. Si  commosso mediocremente per il vero "terrore bianco" ungherese; non si commover affatto per l'inesistente terrore bianco italiano. Quanto al proletariato nazionale, esso si divide nelle seguenti frazioni. Ci sono molti milioni di proletari - dai dieci ai dodici - che non sono organizzati in nessuna congrega. Dei rimanenti tre o quattro milioni, non arrivano a due gli operai che seguono pi o meno da vicino il Pus. Pronti a combattere o a morire per l'idea ce ne sono pochissimi e lo si  visto. Sintomo straordinariamente eloquente dell'attuale stato d'animo degli operai  il ritorno alle officine delle maestranze della Fiat. La disfatta del fanfaronesco comunismo torinese - fanfaronesco anche e soprattutto per quel suo bergsonismo andato a male! - non potrebbe essere pi clamorosa e completa. Gli operai hanno dimostrato di essere stanchi della esosa tutela dei pedagoghi che si contendono il monopolio dell'ideale. Si pu dunque affermare che l'appello del Pus cadr nel vuoto. Intanto i socialisti si recheranno alle urne. Voteranno - vedrete! - anche nei paesi dove hanno dichiarato di astenersi. La notizia che i socialisti voteranno ha tolto un grosso peso dal cuore di troppi borghesi, i quali - invigliacchiti! - non sanno assolutamente immaginare un'Italia che non abbia nel suo Parlamento una rappresentanza del socialismo politicante.
Per quel che riguarda i fascisti, essi non commetteranno violenze per impedire l'esercizio del diritto di voto. Ma il signor Fabrizio Maffi  pregato di non interpretare balordamente - come ha fatto nel numero di ieri dell'Avanti! - queste nostre raccomandazioni.
Senza assumere arie da profeti, si pu anticipare, per quel che riguarda i socialisti, il risultato delle elezioni: saranno decimati e il trionfatore sar Filippo Turati. Una delle conseguenze pi appariscenti dell'azione fascista  la ripresa turatiana. Le azioni di quest'uomo, che non valevano una "palancagreca" nel congresso di Bologna, oggi sono quotatissime nel "borsino" del Pus. La storia gli ha dato ragione. Ma senza il fascismo, Turati sarebbe gi precipitato da un pezzo nel gorgo dei dimenticati.
Comunque, l'azione fascista, titanica ondata purificatrice che ha percorso e percorre in ogni senso e sino nei suoi pi remoti angoli l'Italia, non ha ancora esaurito la sua missione, come fingono di credere certi elementi confederali.
Il fascismo, dopo essere stato combattimento, sar equilibrio; dopo essere stato, come doveva essere, distruzione, sar creazione.
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 109, 7 maggio 1921, VIII.
 FASCISTI D'ITALIA: "A NOI!"
Se noi avessimo le perverse, bestiali abitudini dei socialpussisti, le quali consistono nell'imbottire e mistificare i cervelli di chi li segue, sin da ieri avremmo potuto concederci il lusso di stampare a caratteri di scatola sulle sei colonne della prima pagina questo titolo corrispondente alla genuina verit: il fascismo ha vinto! Dal complesso dei risultati parziali che ci venivano sotto gli occhi, balzava chiaro che il fascismo era uscito trionfante dalla prova delle urne, eppure ci siamo limitati a parlare di "successo notevole" semplicemente.
Le ultime notizie sono tali che ci consentono di proclamare che il fascismo ha vinto in pieno la sua battaglia elettorale. Questa constatazione di fatto non ci spinge alle vette del lirismo. Non ci esaltiamo. Prendiamo atto con soddisfazione.  oramai sicuro che dai trenta ai quaranta deputati fascisti - esclusivamente fascisti - andranno alla Camera. La cifra  rispettabile. Non  soltanto per il numero che ci compiacciamo, ma  per la qualit dei nuovi eletti, che suscita nell'animo nostro le pi superbe speranze.
Dall'Istria, che manda alla Camera una decina di fascisti, tutti ex-disertori dell'esercito della "Defunta", alla Basilicata, dove i fascisti hanno provocato l'insuccesso di Nitti, in tutte le quaranta circoscrizioni i candidati fascisti occupano i primi posti. Questo d alle trascorse elezioni quel carattere nettamente fascista che era nei nostri ideali. Non si arriva a capire - quando si voglia astrarre dai metodi della propaganda e della polemica pussista - non si arriva a capire come i socialisti osino cantare vittoria. Perderanno non meno di quaranta seggi e vedono arrivare alla Camera quaranta fascisti autentici, di qualit garantita e collaudata in mille prove.
Anche la strombazzata vittoria di Milano, quando si prescinda dai ventimila e pi dipendenti del Comune socialista, si riduce a pi modeste proporzioni. In ogni caso, il blocco nazionale, che supera i centomila voti,  una forza che il pussismo non pu ignorare. Non  una "quantit trascurabile" questa massa imponente di liberali, fascisti, nazionalisti, democratici.
Quando il computo nazionale degli scrutin sar ultimato, si vedr che gli inni, sia pure in tono minore, dell'Avanti!, erano prematuri. A computo ultimato, sar possibile prospettare altri elementi della situazione. Sin da questo momento si pu affermare che il comunismo esce schiacciato dalla competizione e che il Partito Repubblicano, malgrado il suo filo-bolscevismo ultimo stile, non ha migliorato le sue posizioni. Il fatto dominante rimane sempre l'entrata in Parlamento di un folto gruppo di giovani e piuttosto combattivi deputati fascisti. Che cosa voglia significare l'entrata di questo gruppo alla Camera italiana lo si vedr in seguito.
La gioia legittima per la nostra vittoria elettorale  per turbata profondamente dal sangue fascista che in questi giorni ha irrorato le piazze d'Italia. C' stato un disfrenamento della efferata criminalit socialista e comunista. Il metodo non  cambiato,  sempre lo stesso: il metodo dell'imboscata o dell'uccisione a tradimento. Davanti al rinnovarsi di tali gesta, il compito dei fascisti rimane invariato: non provocare, ma applicare la rappresaglia immediata e inesorabile! La nostra pagina di ieri, terribilmente documentata, dovrebbe fare arrossire di vergogna l'on. Turati, che parlava in questi ultimi giorni di sterminio "progromistico" di socialisti. I fascisti non hanno mai e poi mai compiuto gesta che rassomiglino, anche da lontano, a quelle di Vercelli, di Pisa, di Mantova!
Ma col sinistro buffone del riformismo italiano riprenderemo il discorso in separata sede. Daremo molto filo da torcere alle carogne parlamentari del Pus. Ora potrebbe venire il bello!
Fascisti di tutta Italia: "a noi!".
							MUSSOLINI

Da Il Popolo d'Italia, N. 118, 18 maggio 1921, VIII.
 DOPO L'INTERVISTA 
 PAROLE CHIARE ALLE RECLUTE
Non sono, intendiamoci, le reclute che vestono il nostro gloriosissimo grigio-verde quelle a cui vogliamo rivolgere queste parole schiette e sincere sino alla brutalit, come  nel nostro costume; sono le reclute del fascismo che devono aprire bene gli orecchi per afferrare e ritenere e meditare il nostro discorso. Queste reclute non sono tutte delle giovani classi. Anzi noi pensiamo che per i nuovi alla vita politica, per coloro che si affacciano per la prima volta sulla scena, questo discorso  assai probabilmente superfluo. I giovani ci comprendono magnificamente e non hanno gli strani timori, le curiose oscillazioni proceduristiche e formalistiche nelle quali molta gente s'impiglia e perde la propria coscienza.
Molte reclute che sono venute al fascismo nel 1921 ignorano evidentemente la storia del fascismo italiano; non conoscono evidentemente le idee programmatiche direttrici del fascismo italiano e stanno pescando dei granchi piuttosto vistosi, che non hanno proprio niente di comune col fascismo italiano. Tutto ci a proposito della mia intervista al Giornale d'Italia, nella quale prevedevo e sostenevo che il Gruppo parlamentare fascista non deve ufficialmente partecipare alla seduta reale di riapertura della Camera e deve disinteressarsi dell'avvenimento. Qualche fascista si  dimostrato "curiosamente" sorpreso di queste affermazioni che io naturalmente mantengo e spiego. Affermazioni che sono tipicamente fasciste e perfettamente intonate alla linea generale del fascismo.
Io non sono qui a rivendicare "autenticit" di sorta; ma non permetto nemmeno che siano alterati i connotati di quel fascismo che io ho fondato, sino a renderli irriconoscibili, sino a farli diventare monarchici, anzi dinastici, da "tendenzialmente repubblicani" che erano o dovevano essere. Quella che si svolge alla riapertura della Camera,  una cerimonia squisitamente dinastica, che d luogo a inevitabili manifestazioni di lealismo dinastico. Si grida: "Viva il re!". I fascisti gridano: "Viva l'Italia!". Il nostro simbolo non  lo scudo dei Savoia;  il Fascio littorio, romano e anche, se non vi dispiace, repubblicano.
Nei postulati fondamentali del fascismo viene respinta ogni pregiudiziale (quindi anche quella repubblicana e la monarchica), ma vi si aggiunge che "nessuno deve considerare i Fasci come monarchici o dinastici". 
Sempre negli stessi postulati  detto che i "fascisti non si ritengono affatto legati alle sorti delle attuali istituzioni monarchiche, come domani non si riterrebbero legati ad eventuali istituzioni repubblicane se la repubblica si appalesasse prematura o incapace di garantire maggiore benessere e maggiori libert alla nazione". Ora, di fronte al caso della seduta "reale", il disinteresse  veramente l'unico atteggiamento fascista. L'intervento con carattere di adesione sarebbe grave offesa alla "tendenzialit" repubblicana del nostro movimento; l'intervento a scopo di protesta potrebbe accomunarci con altri elementi, dai quali molte cose ci dividono profondamente. Non resta dunque che disinteressarsi di questa formalit dinastica. O le parole hanno un senso o non ne hanno alcuno; ma se la frase "tendenzialmente repubblicano" significa qualche cosa, significa che - per lo meno - non si pu decentemente aderire a manifestazioni d'ordine dinastico. Altrimenti dove va a nascondersi la nostra "tendenzialit repubblicana"?
Le reclute nuove, quelle che sono venute, in buona o mala fede, a deporre le loro uova nel nido caldo e ardente del fascismo italiano - noi gliele romperemo le uova e qualche cos'altro, se sar del caso! - non conoscono la storia del fascismo. Non sanno niente delle tre grandi adunate regionali, nelle quali il fascismo si  dato - checch ne dicano i faciloni e gli imbecilli - una fisionomia e un programma ideale. Ecco che siamo costretti a compiere la pi noiosa delle nostre funzioni: sfogliare la collezione del giornale.  necessario.  interessante.  istruttivo. Pu essere convincente. Ridar la quiete a talune coscienze alcun poco turbate.
Nella prima adunata costitutiva dei Fasci Italiani di Combattimento, quella tenuta a Milano nel marzo del 1919, chi ha l'onore e il piacere di buttare dell'inchiostro (e anche delle idee!) su questi fogli si esprimeva in senso molto tendenzialmente repubblicano. Ecco le idee attorno alle quali si raccolse l'unanimit di quelli che furono i pionieri del fascismo italiano.
"Io ho l'impressione - diceva allora Mussolini - che il regime attuale in Italia abbia aperto la successione. C' una crisi che balza agli occhi di tutti. Abbiamo sentito tutti durante la guerra l'insufficenza della gente che ci governa e sappiamo che si  vinto per le sole virt del popolo italiano, non gi per l'intelligenza e la capacit dei dirigenti.
"Aperta la successione del regime, noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo agire. Se il regime sar superato, saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Perci creiamo i Fasci, questi organi di creazione e agitazione capaci di scendere in piazza a gridare: "Siamo noi che abbiamo diritto alla successione perch fummo noi che spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria!"
"Dal punto di vista politico abbiamo nel nostro programma delle riforme: il Senato deve essere abolito. Mentre traccio questo atto di decesso devo per aggiungere che il Senato in questi ultimi tempi si  dimostrato di molto superiore alla Camera. (Una voce: "Ci voleva poco!").
"  vero, ma quel poco  stato fatto. Noi vogliamo dunque che quell'organismo feudale sia abolito; chiediamo il suffragio universale, per uomini e donne; lo scrutinio di lista a base regionale; la rappresentanza proporzionale. Dalle nuove elezioni uscir un'assemblea nazionale alla quale noi chiederemo che decida sulla forma di governo dello Stato italiano. Essa dir: repubblica o monarchia, e noi che siamo stati sempre tendenzialmente repubblicani, diciamo fin da questo momento: repubblica! Noi non andremo a rimuovere i protocolli e a frugare negli archivi, non faremo il processo retrospettivo e storico alla monarchia. L'attuale rappresentanza politica non ci pu bastare; vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi, poich io, come cittadino, posso votare secondo le mie idee, come professionista devo poter votare secondo le mie qualit professionali.
"Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta di costituire dei Consigli di categorie che integrino la rappresentanza sinceramente politica.
"Ma non possiamo fermarci su dettagli. Fra tutti i problemi, quello che oggi interessa di pi  di creare la classe dirigente e di munirla dei poteri necessari.
" inutile porre delle questioni pi o meno urgenti se non si creano i dirigenti capaci di risolverle".
Dunque: costituente e repubblica! Ma poich la crisi che si veniva delineando minacciava di sboccare nel bolscevismo, noi, giustamente pensosi soltanto del destino della nazione, non gi dei nostri programmi, virammo piuttosto a destra e mettemmo un po' di sordina a quelle corde. Ci non di meno, pochi mesi dopo, nell'ottobre, a Firenze, in una grande adunata nazionale, il fondatore del fascismo teneva un discorso, in cui, a proposito del regime, si esprimeva in cotal guisa:
"E veniamo alle nostre cose. Noi siamo degli antipregiudizialisti, degli antidottrinari, dei problemisti, dei dinamici; non abbiamo pregiudiziali n monarchiche n repubblicane. Se ora diciamo che la monarchia  assolutamente inferiore al suo compito, non lo diciamo certo in base ai sacri trattati. Noi giudichiamo dai fatti e diciamo: in questi mesi di settembre e di ottobre si  fatta in Italia pi propaganda repubblicana che non si fosse fatta negli ultimi cinquant'anni, perch quando la monarchia chiama al Quirinale Giovanni Giolitti (grida assordanti di "Abbasso Giolitti!"); quando la monarchia mantiene al potere quello che ormai passa bollato col marchio d'infamia trovato a Fiume; quando essa scioglie la Camera e tollera che Nitti pronunci un discorso in cui si fa un chiaro appello alle forze bolsceviche della nazione; quando essa tollera al potere un uomo che non  Kerensky, ma Kroly; quando infine ratifica la pace per decreto reale, allora io vi dico chiaramente che il problema monarchico che ieri non esisteva per noi in linea pregiudiziale, si pone oggi in tutti i suoi termini. La monarchia ha forse compiuto la sua funzione cercando ed in parte riuscendo ad unificare l'Italia. Ora dovrebbe essere compito della repubblica di unirla e decentrarla regionalmente e socialmente, di garantire la grandezza che noi vogliamo di tutto il popolo italiano".
Queste idee raccoglievano l'adesione unanime di tutta l'assemblea senza eccezioni. Queste idee noi ritroviamo nell'acuta, fortissima relazione che sul "problema del regime" stendeva l'amico Cesare Rossi per la seconda adunata nazionale dei Fasci tenutasi a Milano precisamente un anno fa. Anch'egli respingeva ogni pregiudiziale e respingeva l'idea che si dovesse fare una rivoluzione (che sarebbe stata, specialmente allora, un terribile salto nel buio) per abbattere il regime monarchico, ma riaffermava per nettissimamente lo spirito tendenzialmente, spiritualmente repubblicano del movimento fascista.

"Cos nei riguardi dei problemi politici ed istituzionali - diceva Rossi - non ci sentiamo legati a nessuna forma precisa. Se il grido evocatore della repubblica significa fedelt ad un nome e ad un'idea tradizionale che ha sempre infiammata la nostra fede, per mio conto l'accetto, anche perch io particolarmente non ho mai creduto n alle virt n alle glorie di casa Savoia".

Con questi chiarissimi precedenti storici e ideali, il caso di partecipare o meno alla seduta reale non deve pi turbare le coscienze di chi sia veramente fascista nell'anima e non soltanto nella tessera. L'astenersi dalla seduta reale non impegna certamente il fascismo ad un'azione antimonarchica. Per questo ci sono i repubblicani. L'astensione fascista  un gesto di pura e semplice coerenza. Partecipando alla seduta reale, saremmo in sospetto ai monarchici e ai repubblicani. I primi potrebbero chiederci: se siete monarchici e dinastici, perch avete inciso nel vostro programma che siete tendenzialmente repubblicani? I secondi, a loro volta, potrebbero domandarci: se siete tendenzialmente repubblicani, per quale motivo partecipare a una cerimonia dinastica?
Siamo certi che il fascismo parlamentare si orienter su queste idee. L'enorme massa dei fascisti - e c' l'unanimit fra quelli della vigilia - le condividono.
Comunque io sono disposto a sostenerle contro tutti. Non  permesso di predicare in un modo e praticare in un altro. Se per avventura queste mie idee non incontrassero l'approvazione del fascismo, non me ne importerebbe affatto. Io sono un capo che precede, non un capo che segue. Io vado - anche e soprattutto - contro corrente e non mi abbandono mai e vigilo sempre, in ispecie quando il vento mutevole gonfia le vele della mia fortuna.
MUSSOLINI.
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Da Il Popolo d'Italia, N. 123, 24 maggio 1921, VIII.
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FINE.